Tutti in piedi

Secondo noi:

Jocelyn è un brillante uomo d'affari cinico, egoista e mentitore seriale, solito inventare storie assurde pur di conquistare donne sempre diverse. A seguito di un equivoco legato alla scomparsa della madre, si finge disabile su sedia a rotelle per sedurre un'affascinante vicina di casa. I suoi piani prendono tuttavia una piega inaspettata quando la donna gli presenta la sorella Florence, realmente paraplegica, colta ed estroversa. Innammoratosi perdutamente di lei, Jocelyn si ritrova incastrato nella sua stessa inganno, incapace di confessare la verità.

Redazione iFellini25 luglio 20260 visualizzazioni
Tutti in piedi

Tutti in piedi (2018) FRA di Franck Dubosc

Incrociare il registro della commedia romantica con il tema della disabilità rappresenta da sempre un terreno scosceso, costellato da trappole di facile patetismo o, al contrario, di irriverenza fine a se stessa. Franck Dubosc, qui al suo esordio dietro la macchina da presa oltre che sceneggiatore e interprete, sceglie di percorrere una via espressiva misurata, dimostrando una consapevolezza linguistica inattesa per chi proviene dalla comicità degli one-man show.

Il film si inserisce pienamente nel solco della tradizione francese della commedia d'inganno, richiamando alla memoria architetture narrative care a certo cinema di farsa sofisticata, dove l'equivoco non è solo motore comico ma specchio morale del protagonista. L'evoluzione di Jocelyn da predatore sociale a uomo vulnerabile viene orchestrata tramite una scrittura di dialoghi brillante, capace di scansare la retorica bonista tipica del genere. Particolarmente riuscita risulta la costruzione spaziale del racconto: Dubosc lavora con efficacia sulla profondità di campo per sottolineare il divario tra le prospettive visive dei personaggi, rendendo la sedia a rotelle non un semplice elemento di scena, ma un vero e proprio dispositivo per ridefinire la composizione del quadro e l'interazione tra i corpi.

D'effetto (forse troppo) è la sequenza della cena romantica in piscina, un momento di lirismo visivo che gioca sulla sospensione dell'elemento acquatico per azzerare le gravità sociali e fisiche, ricordando quasi le atmosfere riflesse e surreali del cinema romantico d'avanguardia. Il cast offre un supporto fondamentale: se Alexandra Lamy regala al personaggio di Florence una grazia leggera e priva di vittimismo, la spalla comica affidata a Gérard Darmon funziona da perfetto controcanto dialettico. È interessante notare come l'impianto narrativo di questa pellicola abbia dimostrato una tale solidità strutturale da ispirare pochi anni dopo un adattamento italiano, quel Corro da te diretto da Riccardo Milani con Pierfrancesco Favino e Miriam Leone, a testimonianza di quanto la matrice di Dubosc avesse intercettato un archetipo comico universale e ampiamente esportabile.

Dubosc costruisce così una commedia capace di tenersi in equilibrio sul filo del rasoio, riscattando con l'intelligenza della regia e il rispetto per i suoi interpreti una premessa di scrittura abbastanza esile.

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