Toy story 5
In un’epoca in cui l’infanzia viene progressivamente risucchiata dal bagliore anestetizzante degli schermi, la piccola Bonnie riceve in dono Lilypad, un tablet interattivo gestito dall’intelligenza artificiale che minaccia di rendere obsoleti i suoi vecchi compagni di giochi. Guidati da una determinata Jessie, subentrata al comando dopo l’uscita di scena di Woody, i giocattoli affrontano la crisi identitaria dell’obsolescenza digitale, tra coraggiose spedizioni nel mondo esterno, comiche sotto-trame che coinvolgono un depresso Buzz Lightyear e l'inaspettato ritornello di una cinquantina di varianti dimenticate dello stesso Space Ranger.

Toy story 5 (2026) USA di Andrew Stanton, McKenna Harris
Trent’anni dopo aver rivoluzionato la storia dell’animazione con il primo storico capitolo del 1995, la creatura di casa Pixar torna sulle sale per interrogarsi sul destino stesso dell’immaginazione. Andrew Stanton e Kenna Harris firmano un’opera che rinuncia saggiamente alle lusinghe dell’operazione nostalgia pura per orchestrare una riflessione teorica, sottile e dolorosa sulla sparizione del gioco analogico. Se il terzo capitolo rimaneva la vetta inarrivabile dell’elaborazione del lutto infantile e il quarto un elegante epilogo fuori tempo massimo, questo quinto episodio preferisce lavorare sui margini dell'inquadratura, declinando la paura dell'abbandono secondo le coordinate dell'alienazione contemporanea.
L'intuizione formale più felice risiede proprio nel contrasto visivo e cromatico fra la materia plastica, imperfetta, quasi carnale dei vecchi balocchi e la levigatezza fredda, asettica dei display a cristalli liquidi. La regia lavora con maestria sulle profondità di campo, isolando la piccola Bonnie al centro di inquadrature ampie che riflettono la sua solitudine, mentre le luci calde delle lampade da notte cedono progressivamente il passo al blu elettrico e ipnotico dei nuovi dispositivi intelligenti. L'uso del linguaggio cinematografico si fa colto: le sequenze d'evasione e le incursioni notturne richiamano da vicino la suspense geometrizzata del cinema di Hitchcock, mentre il segmento che vede protagonista l'esercito dei cinquanta Buzz scoperti sulla spiaggia cita apertamente le masse indistinte del cinema fantascientifico anni Cinquanta.
Il passaggio di testimone narrativo da Woody a Jessie permette al racconto di concentrarsi su una fragilità psicologica stratificata, dove la paura dell'obsolescenza dialoga costantemente con il terrore del rifiuto sociale. I vecchi eroi di un tempo vengono spinti ai margini del quadro, trasformati in figure malinconiche ed esilaranti, spettatori impotenti di un mondo che ha smesso di inventare storie per iniziare a consumare contenuti. C’è una bellezza trattenuta e quasi sommessa in questo percorso, la capacità di trasformare la critica sociale in materia drammaturgica dinamica con gags visive di pura slapstick.
Nella sua apparente linearità, il film finisce per configurarsi come un elegia sul valore del tempo perduto e sul bisogno viscerale di ritrovarsi al di qua dello schermo. Quando i riflessi digitali sfumano e la plastica torna a respirare al contatto con le mani di un bambino, la pellicola ritrova la grazia dei suoi momenti migliori, ricordandoci come il cinema, al pari del gioco, sia l'unico spazio rimasto in cui un piccolo pezzo di legno o di stoffa può ancora pretendere di avere un'anima e insegnare al cuore a non dimenticare il calore della terra.
Commenti
I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.
- Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!
