The Mandalorian and Grogu
Dopo la caduta dell'Impero, il cacciatore di taglie mandaloriano Din Djarin e il suo piccolo pupillo Grogu collaborano con la Nuova Repubblica guidata dal colonnello Ward. Per ottenere informazioni cruciali su una latitante minaccia imperiale, il protagonista accetta una missione per conto di due gemelli Hutt: rintracciare e trarre in salvo Rotta, il figlio di Jabba divenuto un gladiatore muscoloso. La ricerca condurrà il duo attraverso vari pianeti, costringendoli a separarsi temporaneamente e ad affrontare minacce e creature di ogni sorta per preservare la libertà della galassia.

The Mandalorian and Grogu (2026) USA di Jon Favreau
Il ritorno al cinema di un marchio che ha fatto la storia della fantascienza moderna ha l'aria stanca di un'operazione contabile camuffata da grande evento di sala. Jon Favreau, che all’esordio pareva destinato a un percorso da autore brillante e anticonformista sulla scia delle commedie indipendenti degli anni Novanta, sembra ormai aver smarrito la propria anima dentro le architetture aziendali della Disney, trasformandosi in un abile supervisore di effetti visivi e tecnologie di ripresa. Questo passaggio sul grande schermo della celebre creatura televisiva non riesce mai a emanciparsi dalla propria natura originaria: ci si trova davanti a un montaggio di due o tre episodi assemblati a forza, dove il ritmo serrato serve soltanto a mascherare un’evidente pigrizia di scrittura e la totale mancanza di una reale necessità narrativa.
L'operazione nostalgia si muove lungo binari ampiamente prevedibili, fitta di rimandi che spaziano dal cinema d'avventura classico alla letteratura d'appendice ottocentesca. La figura del giovane Hutt gladiatore, che si difende a colpi di muscoli ed è doppiato in originale da Jeremy Allen White, pare strappata direttamente dalle pagine de Le miniere di re Salomone di Henry Rider Haggard, in un tentativo quasi grottesco di ribaltare l'iconografia consueta della specie. Non mancano le strizzate d'occhio al western e a certa fantascienza urbana d'annata, ma tutto rimane confinato alla superficie, come una collezione di figurine d'epoca mostrate a beneficio del fanatico di turno. Perfino la presenza di un'icona del genere come Sigourney Weaver si riduce a poco più di un mero pretesto di facciata, una comparsata alimentare incapace di donare spessore al racconto.
Ciò che manca davvero è il respiro del grande cinema di una volta, quello specchio dell'immaginario che Sergio Leone e Akira Kurosawa avevano regalato a George Lucas quasi mezzo secolo fa. Ridotta a un’infinita giostra di scontri con mostri e creature che strizzano l'occhio al dinamismo accumulativo del recente Jurassic World, la pellicola dimentica di curare il cuore pulsante del suo stesso mito. La dinamica tra i due protagonisti si arresta a un livello infantile, priva di reali passi in avanti drammatici e anestetizzata dalla necessità imperativa di vendere pupazzi. Il risultato è un prodotto d'intrattenimento ìincapace di restituirci quell'epica artigianale dei perdenti destinati a salvare la galassia che aveva reso indimenticabile la saga originaria.
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