The bounty killer
Il cacciatore di taglie Luke Chilson giunge nel polveroso villaggio di New Charcos sulle tracce del pericoloso latitante José Gómez, appena evaso durante un trasferimento. Gli abitanti del posto, memori di un'infanzia condivisa e abbagliati dal mito del bandito sociale alla Robin Hood, decidono di proteggere il fuggitivo ostacolando Chilson. Tuttavia, l'arrivo della sgangherata banda di Gómez svela la vera natura dell'uomo: un sociopatico spietato e privo di qualsiasi ideale. Tra sequestri, percosse e sgradevoli torture all'interno del villaggio, la popolazione scoprirà a sue spese il peso della propria cieca ingenuità.

The bounty killer (1966) ITA di Eugenio Martin
Presentato al pubblico nel 1966, L'uomo che viene da Canyon City (o El precio de un hombre, secondo il titolo originale della coproduzione ispano-italiana firmata da Eugenio Martín) si colloca con singolare anticipo critico all'interno del filone dello spaghetti western, arrivando quasi a decostruirne le mitologie prima ancora che queste si cristallizzino del tutto. Tratto da un romanzo dell'americano Marvin H. Albert, il film sceglie la strada dell'azzeramento morale e della satira politica involontaria: laddove la stagione dei vari Sollima e Corbucci avrebbe da lì a poco celebrato il peone ribelle come icona terzomondista e anti-imperialista, Martín cala la figura dell'infallibile Tomas Milian — qui al suo fondamentale esordio nel genere — in una traiettoria diametralmente opposta. Il suo José Gómez, salutato dalla comunità con la devozione riservata alle figure leggendarie alla Billy the Kid o Jesse James, rivela gradualmente una matrice delinquenziale priva di romanticherie, sfociando in una pura e nevrotica ferocia da home invasion o da film noir claustrofobico, con la piazza del paese trasformata nell'assedio casalingo di Ore disperate.
L'architettura narrativa funziona per svelamenti progressivi: l'iniziale simpatia accordata al ribelle si sgretola sotto i colpi di una messa in scena che sfrutta con intelligenza i giochi di specchi all'interno del quadro e una profondità di campo rigorosa, complice lo sguardo già nitidissimo di Enzo Barboni alle lampade. La dialettica tra il finto eroe popolare e il freddo cacciatore di taglie interpretato da Richard Wyler elimina alla radice la presenza del "buono", riportando la vicenda a uno scontro cinico di puro opportunismo e calcolo. Più che il dinamismo dell'azione o l'accumulo di brutalità, a sorreggere la pellicola è questa costante sensazione di inganno morale, sottolineata dalla partitura tesa ed essenziale di Stelvio Cipriani, che accompagna la caduta delle illusioni di una comunità destinata a essere vittima non del destino, ma della propria retorica.
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