The accountant 2

The accountant 2 (2025) USA di Gavin O'Connor A quasi un decennio dal primo capitolo, ritroviamo Christian Wolff quando il suo vecchio contatto governativo, Raymond King (J.K. Simmons), viene…

Giovanni1 novembre 20250 visualizzazioni
The accountant 2

The accountant 2 (2025) USA di Gavin O'Connor


A quasi un decennio dal primo capitolo, ritroviamo Christian Wolff quando il suo vecchio contatto governativo, Raymond King (J.K. Simmons), viene brutalmente assassinato. Prima di morire, King lascia un indizio criptico destinato a un solo uomo: "Trova il contabile". Questo messaggio spinge l'agente del Tesoro Marybeth Medina a rintracciare Wolff, ormai operativo dal suo centro specializzato. Per svelare una cospirazione legata al traffico di esseri umani, Wolff è costretto a riunirsi con l'unica persona di cui forse può fidarsi (e anche no): suo fratello e sicario professionista, Braxton.


L'anima di "The Accountant 2" risiede in un'idea quasi nostalgica, che ammicca palesemente ai buddy movie d'azione degli anni '80, pellicole che vivevano della frizione tra due opposti carismatici. Il concetto è semplice e vincente: mettere insieme il cervello analitico e letterale di Christian (Affleck) e i muscoli impulsivi e la boria da strada di Braxton (Bernthal), e lasciare che la complessa dinamica fraterna faccia il resto. Quando il film si ferma per farli semplicemente interagire—come nell'ottima scena sul tetto—la pellicola vibra di un'energia che funziona. La chimica tra Affleck e Bernthal, quel misto di amore e odio esclusivo della fratellanza, è palpabile. Il problema, purtroppo per noi cinefili, è tutto ciò che gravita attorno a questo nucleo.

Se il primo film trovava un equilibrio tra thriller finanziario, action brutale e dramma sulla neurodivergenza, questo sequel non sa quale strada imboccare. La sceneggiatura di Bill Dubuque imposta un tavolo intrigante (l'omicidio di King) per poi rovesciarlo con una fretta inspiegabile e una pigrizia narrativa deludente. Il mistero centrale—legato a traffico di esseri umani e immigrazione—è trattato in modo epidermico, un MacGuffin senza peso emotivo usato solo per giustificare la prossima sparatoria. Manca un villain definito e, di conseguenza, una vera posta in gioco.

Ancor più debole è la gestione delle sottotrame: l'istituto Harbor Neuroscience, dove Christian alleva una squadra di giovani "contabili" come lui, scivola nel ridicolo involontario. Questi ragazzi, presentati come geni capaci di hackerare qualunque sistema (persino i semafori per facilitare le fughe), diventano di fatto complici di omicidi off-the-books, un dettaglio morale che il film ignora completamente. Ma la delusione maggiore arriva dal comparto tecnico, solitamente solido con Gavin O'Connor (regista anche del primo, oltre che di perle come Warrior). Qui O'Connor sembra dirigere col pilota automatico, visibilmente più interessato alla commedia da "strana coppia" dei fratelli che al thriller d'azione. 

Le scene d'azione, che nel 2016 stupirono per il loro stuntwork preciso e letale, qui sono coreografate senza inventiva. La sparatoria finale, in particolare, risulta confusa, priva di un reale climax geografico o di una tensione palpabile. Tecnicamente, il film è glaciale: la fotografia adotta i classici toni bluastri e metallici, efficaci per le location aziendali ma totalmente impersonali e sterili. Il tentativo di fondere il dramma fraterno con l'action thriller produce un risultato disarmonico, che non soddisfa né gli amanti dell'azione né quelli del dramma. È un'addizione che non porta a un totale memorabile.

Condividi:

Commenti

I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.

  • Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!