Smart working

Secondo noi:

Giuliano vive lo smart working come una miracolosa bolla d'asilo, ma la scarsa produttività dei colleghi spinge l'azienda a un passo dal richiamo in presenza. Per evitare la fine del suo idillio, l'uomo si improvvisa tutor accogliendo in casa il romano Stefano e l'anziano Gianni, mentre la moglie Laura prova a farsi strada nell'editoria. In breve tempo il monolocale torinese si converte in un caotico presidio aziendale, polverizzando ogni confine tra la vita familiare e la logica della resa produttiva.

Redazione iFellini14 ottobre 20261 visualizzazioni
Smart working

Smart working (2026) ITA di Svevo Moltrasio

Dopo l'esordio con Gli ospiti, Svevo Moltrasio torna dietro e davanti alla macchina da presa confermando la volontà di scandagliare le nevrosi della contemporaneità attraverso la lente deformante del grottesco. L'assunto di partenza possiede una certa intuizione: trasformare la casa nell'incubo borghese d'un organismo sociale che colonizza il privato.

In questa dinamica di reclusione coatta, la regia pone la macchina da presa al centro di una stasi drammaturgica dove le pareti domestiche non proteggono più dal mondo, ma ne diventano il terminale nevrotico. Più che affidarsi a una fluidità propriamente cinematografica, il montaggio curato dallo stesso Moltrasio procede per accumulo di quadri e tempi di derivazione televisiva, ritmando la narrazione secondo le scansioni tipiche della sitcom o della commedia di situazione anni Ottanta.

Ed è proprio a quel cinema che l'opera guarda con nostalgia, chiamata in causa non solo dalle geometrie surreali del racconto ma dalla presenza di un Maurizio Nichetti la cui mimica trattenuta riporta alla memoria il rigore formale di Volere volare. Al suo fianco, Maccio Capatonda lavora per contrasto rispetto alla recitazione debordante della commedia di costume odierna, regalando un protagonista malinconico, la cui calvizie diviene simbolo di uno sfinimento esistenziale.

La sceneggiatura però soffre di uno squilibrio strutturale nella parte centrale, diluendo la satira aziendale in macchiette secondarie e deviazioni sentimentali poco incisive. Rimane il ritratto dolceamaro di un'umanità che, nel tentativo di cancellare le distanze, finisce per trovarsi tragicamente stipata negli stessi pochi metri quadri, cercando tra il rumore di fondo un’eco di casa che ormai appartiene soltanto al ricordo.

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