Sentieri selvaggi

Secondo noi:

Nel Texas del 1868, il reduce confederato Ethan Edwards torna al ranch della famiglia del fratello, portando con sé un passato oscuro e un amore taciuto per la cognata Martha. Quando una banda di comanche massacra i coloni e rapisce le due nipoti, Ethan intraprende una caccia feroce e ossessiva durata cinque anni assieme al giovane meticcio Martin Pawley. L’uomo non cerca solo il riscatto del sangue, ma insegue la piccola Debbie con il proposito disperato di ucciderla una volta ritrovata, considerandola ormai contaminata per sempre dal contatto con i nativi.

Redazione iFellini4 novembre 20260 visualizzazioni
Sentieri selvaggi

Sentieri selvaggi (1956) USA di John Ford

Adattando l’aspro romanzo di Alan Le May attraverso la penna di Frank Nugent, John Ford realizza nel 1956 l’opera cardine che fa da spartiacque nella storia del cinema americano, spaccando per sempre la leggenda della frontiera. Chi si aspetta la consueta celebrazione epica dell’espansione verso ovest si ritrova davanti a una discesa agli inferi dell’animo umano: Ethan Edwards non è il cavaliere senza macchia ma un vinto, un reazionario divorato dall’odio razziale e da una pulsione distruttiva che rasenta la follia. John Wayne offre qui la prova più complessa e perturbante della sua carriera, prestando la propria imponente fisicità a un personaggio che anticipa la deriva morale del Travis Bickle di Scorsese e Schrader in Taxi Driver, dove la missione di salvataggio diventa l’alibi di una mente ossessionata dalla purezza. L’influenza del film riverbera ovunque nella modernità, dal George Lucas di Guerre Stellari fino alle derive solitarie di Paris, Texas di Wim Wenders, a testimonianza di una matrice narrativa che ha saputo fondare gli archetipi del cinema del Novecento.

Sul piano della messa in scena, Ford rifiuta la neutralità e costruisce una composizione visiva magistrale, dove la geometria delle inquadrature definisce lo stato morale dei personaggi. Il paesaggio del Monument Valley cessa di essere mero sfondo geografico per farsi teatro tragico: le celebri inquadrature incorniciate dai vani delle porte non fungono da semplice espediente pittorico, ma sanciscono una frattura filosofica insanabile tra la fragile civiltà domestica degli interni e la furia selvaggia che domina l’esterno. La tensione si alimenta di ellissi rigorose, dettagli che evocano l’orrore senza ostentarlo, mentre l’alternanza tra polvere e gelo scandisce il logorio interiore di una ricerca infinita. Alcune parentesi bozzettistiche e la consueta comicità ruspante cara al regista stonano talvolta con la cupezza della vicenda, ma non ne intaccano la vertiginosa potenza drammatica. Nel gesto finale con cui Ethan trattiene il gomito e si allontana nella polvere, resta l’amara malinconia di un’anima perduta che ha riconsegnato gli altri alla vita ma non ha più diritto al calore del focolare, condannata a vagare per sempre nel vento del deserto come un fantasma che la storia ha già dimenticato.

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