Se domani non torno

Secondo noi:

Novembre 2023, Vigonovo. La quotidianità ordinaria di casa Cecchettin, tra la colazione di famiglia e i preparativi per l'imminente laurea di Giulia, si spezza improvvisamente la sera di un sabato qualunque. L'uscita della ragazza con l'ex fidanzato si tramuta in una prolungata, inspiegabile assenza. Scattano l'allarme del padre Gino, le denunce alle autorità e un'angosciosa settimana di ricerche sotto l'occhio implacabile dei media, fino al tragico epilogo che muterà per sempre l'esistenza dei familiari e la sensibilità dell'opinione pubblica.

Redazione iFellini7 novembre 20262 visualizzazioni
Se domani non torno

Se domani non torno (2026) ITA di Paola Randi

Misurarsi con una ferita civile così recente e profonda significa camminare su un crinale scivoloso, dove l'impatto emotivo è ancora vivido nella memoria collettiva e il rischio del ricatto morale è sempre dietro l'angolo. Quella tragedia ha segnato una linea di demarcazione netta, trasformando un singolo fatto di sangue nell'emblema di un'ombra che serpeggia indisturbata nel nostro tessuto relazionale: l'omicida non era un'aberrazione mostruosa e inconcepibile, bensì un ragazzo all'apparenza impeccabile, cresciuto all'interno di una normalità condivisa dove nessuno ha saputo cogliere per tempo i segnali di un possesso malato. Paola Randi, cineasta solitamente attratta da traiettorie eccentriche e registri leggeri, sceglie un approccio dignitoso che tiene a bada la morbosità del cronachismo nero, lasciando fuori campo i dettagli dell'orrore per concentrarsi sul vuoto che resta.

Ne scaturisce un'opera dal respiro discontinuo, che viaggia su binari qualitativi disuguali. La prima parte possiede una notevole tenuta drammaturgica: la macchina da presa pedina la progressiva disintegrazione della routine domestica con un'asciuttezza quasi procedurale, gestendo la spazialità degli interni con tagli di montaggio secchi e una gestione sonora asfissiante, dove il ronzio insistente di un telefono o l'inquadratura fissa su una porta socchiusa costruiscono un'angoscia geometrica e palpabile. In questo segmento, l'asciutta fedeltà della ricostruzione sostiene la prova di Filippo Timi, che lavora per sottrazione, trattenendo l'emozione per restituire un padre intento a scandagliare con dolente lucidità quei micro-comportamenti affettivi a lungo sottovalutati. Al suo fianco, l'esordiente Tecla Bossi apporta una rabbia scenica non convenzionale, capace di bucare la compostezza del quadro.

I problemi emergono non appena la pellicola smarrisce questa tensione per indulgere in una vocazione pedagogica fin troppo marcata. Nel passaggio dall'elaborazione privata del lutto alla denuncia pubblica, la scrittura si irrigidisce e il ritmo cinematografico subisce una battuta d'arresto. Le frasi che nei giorni della tragedia avevano scosso le coscienze collettive perdono qui la loro spontanea deflagrazione, finendo incapsulate in dialoghi programmatici che appesantiscono la recitazione e tolgono respiro ai personaggi. A incrinare ulteriormente la coerenza formale interviene poi un'improvvisa tentazione lirica, tradotta in scelte visive farraginose, come certe vaporose dissolvenze sul pavimento e scritte in sovrimpressione che stonano con la severità della materia trattata.

Resta comunque la testimonianza di un'opera che ha il merito di chiamare i problemi con il loro nome, ricordandoci come anche nel silenzio più fitto di una stanza vuota possa continuare a vibrare l'eco persistente di una presenza rubata, simile a una foglia rimasta a mezz'aria che la memoria non lascerà cadere.

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