Scream 7

Ritiratasi nell'apparente serenità di provincia con il marito Mark e la figlia adolescente Tatum, Sidney Prescott si ritrova braccata dall'ombra insaziabile di Ghostface. Questa volta l'assassino pare aver scelto come bersaglio privilegiato la ragazza, tormentata dallo spettro virtuale di un redivivo Stu Macher, costringendo Gale Weathers e i superstiti Meeks-Martin a fare quadrato attorno alla storica capostipite. Tra minacce recapitate via schermo e un rosario di delitti che replica la topografia del massacro originario, madre e figlia dovranno dissotterrare antiche colpe per interrompere un'eredità di sangue apparentemente inestinguibile.

Redazione iFellini29 ottobre 20260 visualizzazioni
Scream 7

Scream 7 (2026) USA di Kevin Williamson

A trent’anni di distanza dall'invenzione di un meccanismo che ridefinì la morfologia del terrore postmoderno insieme al compianto Wes Craven, Kevin Williamson compie il salto mortale passando dalla sceneggiatura alla cabina di regia. L'esito rivela senza appello la distanza che separa l'intuizione drammaturgica dalla padronanza dello spazio cinematografico. Craven sapeva bene che la suspense si scolpisce nella dialettica serrata tra campo e controcampo, nella dilatazione geometrica dei corridoi e nella crudeltà del fuoricampo; Williamson, la cui unica sortita dietro la macchina da presa risaliva al trascurabile Teaching Mrs. Tingle del 1999, palesa invece una mano incerta e televisiva, incapace di orchestrare la paura se non accumulando stacchi arbitrari e inquadrature prive di profondità prospettica.

La burrascosa riscrittura imposta dagli abbandoni produttivi si traduce in una partitura rabberciata a colpi di nostalgia conservatrice, richiamando in servizio Neve Campbell per imbastire l'ennesima elegia della sopravvissuta. Se l'incipit nell'iconica dimora di Macher solletica il feticismo cinefilo dei luoghi sacri della saga, l'innesto tematico dell'intelligenza artificiale e del deepfake si riduce a un orpello cosmetico: laddove il capostipite del 1996 teorizzava lucidamente sulla contaminazione tra spettatore e grammatica dei generi, qui il discorso sulla modernità digitale assume i contorni sfocati di un rimprovero senile verso un mondo giovanile di cui si è smarrito l'alfabeto. Perfino il découpage risente di questa precarietà concettuale, lasciando galleggiare le interpretazioni in tempi morti e pause innaturali, mentre una tavolozza visiva spenta e uniformemente piatta soffoca la dinamica dei corpi senza riuscire a costruire mistero.

L'apparato citazionista, un tempo grimaldello teorico ed eversivo contro l'industria culturale, scade in un catalogo museale per appassionati compiacenti, culminando in uno svelamento finale talmente puerile e privo di logica interna da mortificare la componente investigativa. Di quella scintillante dissezione del cinema di consumo non resta che una replica stanca. Ghostface è ormai il simulacro sbiadito di una memoria che non sa rinnovarsi, una cornetta che continua a squillare nel vuoto di corridoi disabitati, dove nessuno ha più segreti da confessare e la lama riflette soltanto il riflesso opaco di una paura che ha dimenticato come sanguinare.

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