Scarface
Nel 1980, l'apertura del porto di Mariel permette a migliaia di profughi cubani di raggiungere Miami, tra cui il pluri-pregiudicato Tony Montana. Deciso a conquistarne la ricchezza a ogni costo, Tony scala rapidamente i vertici del narcotraffico locale eliminando rivali e vecchi alleati. La conquista del potere coincide tuttavia con un vortice paranoia e dipendenza da cocaina che distrugge i suoi affetti. Nel finale, ormai isolato nel suo impero dorato, Tony va incontro a una rovinosa fine sotto l'attacco dei rivali.

Scarface (1983) USA di Brian De Palma
Rileggere l'opera di Brian De Palma significa immergersi in una titanica parabola sull'iperbolico sogno americano, dove il mito fondativo dell'integrazione capitalista viene deformato fino a diventare una farsesca tragedia dell'eccesso. Il testo firmato da Oliver Stone non si limita a ridisegnare la struttura del capolavoro omonimo di Howard Hawks del 1932, ma ne trasla il baricentro dall'incubo proibizionista di Chicago alla Miami dei primi anni Ottanta, satura di sintetizzatori e polvere bianca. Se l'originale attingeva a piene mani dall'epopea di Al Capone, la rilettura depalmiana dialoga a distanza ravvicinata con la maestosità shakesperiana de Il Padrino, ribaltando però la compostezza analitica e strategica di Michael Corleone in un'esplosione pulsionale, viscerale e priva di ogni decoro morale.
L'architettura visiva costruisce un ponte continuo tra lo stile debordante del regista e il declino interiore dei suoi protagonisti. Gli ampi spazi della magione di Montana, ripresi con focali larghe che isolano i personaggi in inquadrature sempre più soffocanti, mostrano visivamente la contrazione del mondo di Tony man mano che il suo potere cresce. Le scelte di messa in scena riflettono perfettamente questa caduta, integrando il registro drammatico a un rigido impianto formale in cui le partiture elettroniche di Giorgio Moroder accentuano il senso di freddezza e artificialità di un lusso privo di calore umano. La violenza stessa non è mai mero spettacolo, ma un prolungamento dell'ossessione: la sequenza del ristorante, risolta con un piano sequenza di rara precisione, restituisce l'immagine di un uomo giunto al vertice per scoprire l'assoluta vacuità della meta.
L'interpretazione di Al Pacino lavora su toni volutamente operistici, sopra le righe, trasformando Montana in una maschera tragica e quasi grottesca, specchio di una recitazione drammaturgica che trova nel corpo e nella caricatura del linguaggio la sua forza prorompente. Accanto a lui, Michelle Pfeiffer offre una prova misurata e raggelante nel ruolo di Elvira, incarnando la noia e la dipendenza come unici accessori possibili di quel mondo patinato. Le sfumature edipiche e le tensioni incestuose verso la sorella Gina completano un quadro psicologico tragico, in cui la distruzione dell'eroe non avviene per mano dei suoi nemici, ma per l'incapacità di gestire il peso drammatico dei propri desideri.
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