Orgoglio e pregiudizio
Nell’Inghilterra di fine Settecento, la famiglia Bennet deve affrontare la pressante necessità di accasare le sue cinque figlie per garantire loro un futuro economico. Quando il ricco e distinto signor Bingley si trasferisce nelle vicinanze insieme all'amico, l'introverso e apparentemente altiero signor Darcy, la vita della secondogenita Elizabeth viene scompaginata. Tra incomprensioni, orgogli feriti e pregiudizi sociali, tra Elizabeth e Darcy nasce un’attrazione profonda e complessa che sfiderà le convenzioni del loro tempo.

Orgoglio e pregiudizio (2005) UK di Joe Wright
Adattare Jane Austen al cinema significa quasi sempre misurarsi con lo spettro di un decorativismo calligrafico, da heritage cinema inamidato, dove la forma finisce per addomesticare la sostanza. Opera prima di Joe Wright, questo "Orgoglio e Pregiudizio" sceglie invece la via di una fisicità quasi materica, arretrando la vicenda alla fine del Settecento e sporcando i dettagli: c'è del fango sui vestiti di Elizabeth Bennet e c’è un respiro rurale che toglie l’aria stantia dalle stanze di Longbourn.
Wright lavora sull'estetica del movimento per raccontare una contesa amorosa che è, prima di tutto, un conflitto di classe e di sguardi. La sua macchina da presa non si limita a osservare gli attori, ma danza con loro con una naturalezza fluida che cita apertamente le lunghe sequenze coreografiche del ballo ne "Il Gattopardo" di Visconti, fino ad arrivare a sfiorare vertigini virtuosistiche. La scena dell'incontro al ballo di Netherfield Park, risolta in un piano sequenza virtuoso ma mai fine a se stesso, trasforma la sala da ballo in un microscopio sociale dove l'amore nasce come una minaccia e il desiderio si muove nell'ombra dell'etichetta.
C'è un costante dialogo estetico tra il rigore formale della letteratura classica e una spinta moderna, quasi nevrotica, che trova forma nel montaggio dinamico di Christopher Tellefsen e nella partitura pianistica di Dario Marianelli, capace di passare da musica di scena a commento interiore.
Keira Knightley regala alla sua Elizabeth una fierezza affilata e uno sguardo luminoso che trascende la classica ingenuità dell'eroina d'epoca, mentre il Darcy di Matthew Macfadyen lavora per sottrazione, nascondendo sotto una maschera di impacciata aristocrazia la vulnerabilità di un uomo impreparato al sentimento. Wright dimostra che la convenzione matrimoniale dell'epoca non era un pretesto romantico ma un ingranaggio spietato d'inflazione economica e di sopravvivenza sociale.
Eppure, proprio dentro le maglie rigide di quel mondo misurato in rendite e sterline, il film trova la sua gemma più autentica nel momento in cui la maschera del rigore cede al disordine dell'anima. Resta così nell'aria l'incanto di un'alba avvolta nella nebbia, quando due solitudini finalmente si riconoscono e il tempo sembra arrestare la sua corsa per lasciar respirare un battito d'ali nell'erba umida.
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