Odissea

Secondo noi:

Terminata la decennale guerra di Troia, l'astuto re di Itaca Ulisse affronta un periglioso viaggio di ritorno lungo un altro decennio, ostacolato da creature mitologiche, divinità irascibili e dal peso dei propri peccati di guerra. Nel frattempo, presso la sua reggia, la fedele sposa Penelope e il giovane figlio Telemaco cercano di resistere all'invasione dei Proci, pretenziosi aristocratici intenti a prosciugare le risorse del regno e a usurpare il trono.

Redazione iFellini6 settembre 20260 visualizzazioni
Odissea

Odissea (2026) USA di Christopher Nolan

Accostarsi al testo fondativo della cultura occidentale richiede una dose di sfrontatezza che solo i grandi visionari del grande schermo possono permettersi. Il racconto si apre con un cantastorie che narra un'impresa all'interno di un banchetto, svelando fin dal principio la struttura a scatola cinese dell'intera opera: un gioco di specchi in cui la parola crea la realtà e la memoria si fa sostanza drammaturgica. Il viaggio dell'eroe non segue un binario rettilineo ma si dipana come una mappa geografica stesa su un tavolo, dove passato, presente e ricordi allucinatori convivono nella medesima inquadratura. Questo flusso temporale frammentato rispecchia perfettamente la mente traumatizzata di un reduce, trasformando l'itinerario marittimo in una dolorosa discesa negli abissi della psiche umana e del senso di colpa.

Invece di adagiarsi sulla classica iconografia della statua equina su ruote, la macchina da presa ci mostra il cavallo di legno parzialmente sommerso dalla sabbia e dalla risacca, trascinato con fatica immane su tronchi grezzi. La sensazione di massa, gravità e claustrofobia provata dai guerrieri stipati al suo interno restituisce una fisicità materica raramente vista nei blockbuster contemporanei. Le sequenze belliche e i crolli delle architetture troiane possiedono un peso reale, dove il fuoco brucia e l'impatto dei detriti trasmette una vibrazione quasi percettibile in sala, distanziandosi nettamente dalla leggerezza digitale a cui il cinema di consumo ci ha assuefatti.

Il sostrato citazionista spazia a piene mani tra l'epica omerica, l'Eneide virgiliana e il cinema di genere moderno. Il segmento dedicato al ciclope Polifemo, privo di accompagnamento musicale e dominato dal solo riverbero ottuso dei passi e dei versi del mostro nella caverna, scivola deliberatamente nei territori dell'horror puro. Allo stesso modo, la sequenza in cui le ombre dei defunti affollano l'Oltretomba evoca suggestioni che rimandano al cinema di George Romero e al teatro shakespeariano. La figura di Ulisse, interpretata con stanca e umana gravità da Matt Damon, perde i tratti dell'eroe impeccabile per assumere quelli di un manipolatore fallibile, una figura prometeica che evoca il fardello morale dei grandi creatori di distruzione della storia.

Notevole è anche la resa dei comprimari: se la Penelope di Anne Hathaway garantisce un nucleo emotivo e politico di rara intensità alla stasi di Itaca, l'Antinoo di Robert Pattinson incarna la perfidia della classe dominante con una recitazione affilata e odiosa al punto giusto. Le divinità non appaiono come entità astratte ma come proiezioni tangibili della coscienza e del destino, mentre il linguaggio dei dialoghi accoglie registri moderni e accenti contemporanei senza mai scalfire la solennità del mito. Il sanguinoso epilogo itacese, lontano dal glorificare la violenza, ne evidenzia il prezzo umano, lasciando nello spettatore la consapevolezza che il ritorno a casa non coincide mai con la cancellazione delle cicatrici dell'anima.

L'opera si inserisce con coerenza chirurgica nel solco del cinema di Christopher Nolan, ritrovando la sua marcata fissazione per l'architettura del tempo e la figura dell'uomo incastrato nella propria missione. Il regista britannico applica la sua consueta predilezione per la fisicità del supporto analogico, sfruttando il formato IMAX in pellicola non come mero sfoggio di grandezza, ma per stabilire un rapporto quasi tattile con la materia narrata. Ritroviamo il tema del reduce morale, parente stretto sia dell'Oppenheimer tormentato che dei protagonisti di Dunkirk, incastrato in un montaggio alternato e non cronologico curato da Jennifer Lame che trasforma l'odissea marittima nell'ennesimo labirinto concettuale del regista, dove l'ossessione per il controllo cede infine il passo all'inesorabilità del destino.

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