Nella morsa del ragno

Secondo noi:

Il detective e psicologo forense Alex Cross, ancora provato dalla tragica perdita di una collega durante una fallimentare operazione sotto copertura, viene trascinato nuovamente in azione quando Megan Rose, la figlia di un importante senatore americano, viene rapita dalla sua esclusiva scuola privata. Il responsabile è Gary Soneji, un brillante docente dell'istituto che ha preparato il piano per anni con l'obiettivo di compiere il "delitto del secolo". Affiancato dall'agente del Secret Service Jezzie Flannigan, responsabile della sicurezza della bambina, Cross deve interpretare i complessi indizi lasciati dal rapitore per districare una matassa di inganni, riscatti milionari e doppi giochi.

Redazione iFellini29 settembre 20260 visualizzazioni
Nella morsa del ragno

Nella morsa del ragno (2001) USA di Lee Tamahori

Quattro anni dopo Il collezionista, Morgan Freeman torna a vestire i panni del profiler Alex Cross in un'operazione che si muove in direzione opposta rispetto al prototipo diretto da Gary Fleder. Lì dove il primo capitolo cercava un'atmosfera gravida di umidità, radicata negli spazi geografici e nella sospensione visiva, questa seconda trasposizione da James Patterson – pur invertendo la cronologia dei romanzi – preferisce affidarsi al dinamismo muscolare del neozelandese Lee Tamahori. La regia abbandona presto le sottigliezze psicologiche del thriller d'indagine per orchestrare uno spettacolo ad alta tensione che strizza l'occhio ai meccanismi dell'action moderno, non privo di soluzioni formali vicine al cinema di genere degli anni Novanta.

Tamahori si dimostra abile nel manipolare lo spazio filmico nelle sequenze pure di suspense, come nell'estenuante e geometrica corsa contro il tempo per la consegna del riscatto o nel serrato incipit all'interno dell'istituto scolastico. L'intreccio, tuttavia, tradisce una scrittura che confonde troppo spesso il depistaggio narrativo con la semplice incoerenza logica. La sceneggiatura di Marc Moss accumula colpi di scena a ritmo serrato nel tentativo di stordire la percezione dello spettatore, finendo per sfilacciare il rigore dell'indagine in un gioco di prestigio dove le deduzioni del protagonista sconfinano quasi nella chiaroveggenza. È un impianto d'intrattenimento che poggia interamente sulla presenza scenica di Freeman: la sua compostezza, la misura della voce e la solida gravità dello sguardo riescono a conferire una dignità quasi solenne a passaggi narrativi decisamente improbabili.

Il lavoro sui codici del genere appare scopertamente citazionista. Il confronto a distanza tra il detective ed il rapitore attinge a piene mani dal modello ideato da David Fincher in Seven, sterilizzandone però le implicazioni filosofiche e apocalittiche in favore di una sfida intellettuale più convenzionale. L'ossessione del villain per il celebre rapimento del figlio di Lindbergh del 1932 vorrebbe innestare una riflessione sul mito americano e sulla smania di notorietà mediatica, ma l'aggancio resta un mero pretesto narrativo, un espediente per mettere in moto la macchina del sospetto. Più interessante è la collaborazione coatta tra Cross e l'agente Flannigan, interpretata da Monica Potter, che ripropone la dinamica del tutoraggio professionale già vista in molti polizieschi d'epoca, sostenuta da una recitazione rigorosa ma frenata da una scrittura dei personaggi fin troppo stereotipata.

Ne risulta un'opera di puro artigianato hollywoodiano, un esercizio di stile guidato con mestiere sicuro che funziona se fruito come puro meccanismo ad orologeria, ma che rivela tutta la sua fragilità non appena si prova a riavvolgere il nastro della logica diegetica.

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