Mio fratello è un vichingo - The last viking
Dopo aver scontato quindici anni di reclusione per una rapina a mano armata, il disincantato Anker torna in libertà con l'unico obiettivo di recuperare l'ingente bottino affidato al fratello minore Manfred prima dell'arresto. Quest'ultimo ha però rimosso ogni traccia dell'accaduto a causa di un grave disturbo dissociativo: convinto di essere John Lennon, tenta goffamente di togliersi la vita ogni volta che viene chiamato con il proprio nome anagrafico. Per ritrovare i quaranta milioni sepolti nei pressi della loro vecchia dimora, Anker dovrà assecondare le bizzarrie del congiunto, tra finti complessi musicali allestiti con altri degenti e la minaccia incombente di un ex socio vendicativo, riaprendo vecchie ferite mai davvero rimarginate.

Mio fratello è un vichingo - The last viking (2025) DAN di Anders Thomas Jensen
A distanza di oltre vent'anni dalla folgorante stagione di Le mele di Adamo, Anders Thomas Jensen torna a esplorare quel territorio a lui congeniale in cui la commedia grottesca si scontra senza ammortizzatori con la tragedia umana. In The Last Viking l'autore danese ritrova i suoi attori feticcio, Nikolaj Lie Kaas e Mads Mikkelsen, orchestrando una farsa nerissima che riflette, con beffardo anticipo sui tempi, sulla nostra contemporanea società terapeutica, dove il trauma infantile rischia di trasformarsi in un comodo alibi universale. Se il cinismo di fondo può sembrare brutale, Jensen sceglie la via di una paradossale pietas verso i propri reietti, riallacciandosi a una linea morale che da Dogma 95 in poi ha sempre preferito i falliti della periferia alle buone maniere borghesi.
La scrittura lavora per accumulo e scarti improvvisi. L'ossessione autodistruttiva di Mikkelsen, che si getta da finestre e ringhiere ogni volta che qualcuno contesta la sua identità lennoniana, richiama esplicitamente l'estro funambolico e macabro di Harold e Maude di Hal Ashby, virandolo però verso una disperazione tutta scandinava. Al contempo, l'intromissione dell'iconografia dei Beatles, brandita da un terapeuta più stralunato dei suoi assistiti, genera sequenze di irresistibile commedia dell'assurdo. Dove il film mostra qualche corda è nella gestione del ritmo: la virata verso il melodramma psicanalitico e l'impennata di violenza cruenta dell'ultimo atto faticano talvolta a convivere con la leggerezza beffarda dei primi due terzi, appesantendo un congegno che trova invece la sua grazia migliore nella pura deviazione satirica.
L'estetica del film rifugge ogni tentazione patinata. Il direttore della fotografia Sebastian Blenkov asseconda la partitura con inquadrature fisse e geometriche, capaci di congelare lo spazio della foresta e i legni scuri della casa in una claustrofobia visiva che è specchio immediato dell'immobilità psicologica dei protagonisti. I corpi dei due fratelli si muovono come maschere da farsa in un paesaggio nordico che sembra assorbirne i peccati, oscillando tra la desolazione di un interno bergmaniano e le accelerazioni dinamiche di un noir di periferia. A reggere l'impalcatura è soprattutto la generosità mimetica di Mikkelsen, che regala al suo finto cantautore di Liverpool uno sguardo smarrito, infantile e commovente, perfetto contraltare alla stoica disillusione di Lie Kaas.
Resta impresso il prologo fiabesco, quel racconto d'animazione in cui un re vichingo decide di amputare il braccio a tutti i sudditi affinché nessuno si senta solo nel proprio dolore. Una parabola amara sul bisogno di conformarsi alla menomazione altrui, che Jensen traduce in una partitura sbilenca e sincera, dove le ferite della memoria non si cancellano scavando una fossa nel fango, ma continuano a riverberare nel silenzio dei boschi, come una melodia stonata sussurrata controvento per non avere paura del buio.
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