Le mie ragazze di carta
Sul finire degli anni Settanta, la famiglia Bottacin si trasferisce dalla campagna veneta alla città di Treviso dopo che il padre Primo ha ottenuto un posto alle Poste. Il trasloco proietta il giovane Tiberio in una realtà di provincia bigotta ma in piena trasformazione sociale, dominata dall'ombra di una sala cinematografica rionale. Quando il cinema convertito a luci rosse trasmette i film della pornostar Milly D'Italia, Tiberio viene travolto dai primi e brucianti turbamenti dell'adolescenza, mentre intorno a lui i genitori affrontano, tra timidi progressi e incontri inaspettati, l'impatto con la modernità.

Le mie ragazze di carta (2023) ITA di Luca Lucini
Nel panorama contemporaneo Luca Lucini ha spesso mostrato una vocazione da artigiano corretto, ma con questa sortita nella Treviso del 1978 tenta la carta della memoria personale senza abbandonare del tutto la propria cifra rassicurante. La storia del giovane Tiberio e del suo spaesamento di fronte alla trasformazione di una provincia bigotta si muove lungo i binari consueti del racconto d'epoca, scegliendo una compostezza formale che guarda alla tradizione della commedia italiana.
La messinscena evita felicemente il gusto del bozzetto goliardico per concedersi qualche suggestione più colta: il fantasma di Pietro Germi e del suo celebre affresco sulla doppiezza di provincia aleggia tra le pieghe del testo, così come l'umanità dimostrata dal padre nell'accettare il diverso recupera una sensibilità che riporta al cinema di Steno di fine decennio.
È un'operazione stilisticamente pudica, dove la macchina da presa mantiene una distanza quasi di sicurezza dalle pulsioni dei suoi personaggi, lasciando che siano il montaggio fluido e la tessitura sonora di Nicola Piovani a delineare i contorni della nostalgia. I problemi emergono tuttavia sul piano della scrittura e della tenuta drammaturgica. Il film soffre di un'eccessiva diluizione teorica sul tema della seduzione delle immagini, un concetto affascinante che l'autore fatica a tradurre in pura materia visiva.
La regia appare fin troppo trattenuta, quasi timorosa di affondare il colpo o di sporcare l'inquadratura con l'energia caotica che il tema erotico avrebbe richiesto. Pur avvalendosi di un cast in parte ben sintonizzato sulle corde del rimpianto, l'opera finisce per configurarsi come un omaggio sincero ma timido alla sala cinematografica, capace di accarezzare lo spettatore con garbata simpatia senza però mai trovare quel guizzo figurativo o quell'ardore di montaggio capaci di trasformare la memoria individuale in memoria collettiva.
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