Le aquile della Repubblica

Secondo noi:

George Fahmy è la stella indistinguibile del cinema egiziano, un narcisista viziato abituato ai lussi di un'esistenza priva di compromessi morali. La sua routine dorata crolla quando il regime dittatoriale di Abdel Fattah el-Sisi lo costringe a interpretare il presidente in un kolossal propagandistico. Nonostante la palese difformità fisica e l'iniziale riluttanza, le minacce dirette alla sua famiglia lo spingono ad accettare l'incarico. Sul set, costantemente sorvegliato dall'enigmatico Dr. Mansour, George si ritrova incastrato in un ingranaggio soffocante. L'attore viene così risucchiato nei meandri più oscuri delle cospirazioni di palazzo, fino a diventare l'involontario ingranaggio di un violentissimo colpo di scena durante una parata militare.

Redazione iFellini11 settembre 20260 visualizzazioni
Le aquile della Repubblica

Le aquile della Repubblica (2025) SVE di Tarik Saleh

Con il capitolo conclusivo della sua trilogia al Cairo, Tarik Saleh mette in scena una parabola amara sul potere coercitivo della finzione, dimostrando come la macchina cinematografica possa trasformarsi nello specchio deformante di un regime autocratico. La narrazione procede con un passo rigoroso che sovrappone la messa in scena finzionale alla realtà politica, evocando suggestioni letterarie che spaziano dall'assurdità repressiva de Lo scherzo di Milan Kundera alle dinamiche grottesche dell'illuminismo voltairiano. La regia costruisce un dispositivo drammaturgico in cui la commedia satirica iniziale sfuma progressivamente in un thriller paranoico dalle venature cospirative, richiamando per struttura e tensione il cinema d'impegno politico di Costa-Gavras o il modello tragico dell'attentato ad Anwar Sadat del 1981.

L'uso degli spazi e dei corpi assume una valenza simbolica fondamentale per smascherare l'ipocrisia delle élite: Fares Fares offre una prova d'attore di grande fisicità, dove la sua imponenza anatomica entra in cortocircuito con l'invisibilità del dittatore che è chiamato a impersonare. Le partiture sonore curate da Alexandre Desplat insinuano una costante inquietudine sotto la superficie patinata delle scenografie, lavorando sulle frequenze per amplificare il senso di claustrofobia della star ormai in gabbia. Saleh dimostra una consapevolezza teorica raffinata nell'esplorare il concetto di doppiezza, fondendo la critica alla censura con una riflessione meta-cinematografica sul ruolo dell'artista; la sovrapposizione tra finzione istituzionale e inganno reale trasforma il film in una dissezione chirurgica delle strutture autoritarie contemporanee.

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