La lezione
Un’affermata avvocatessa triestina riesce a far scagionare un docente universitario dall’accusa di molestie grazie alla ritrattazione dell’unica accusatrice. Nonostante il successo professionale, la donna vive in uno stato di costante apprensione, convinta che l’ex compagno, un uomo violento appena uscito dal regime di libertà vigilata, abbia ripreso a perseguitarla. Nel tentativo di sfuggire a questa presenza invisibile, si isola nella casa di famiglia in montagna, ma il confine tra la paranoia reale e la minaccia concreta diventa sempre più sottile quando il professore torna a cercarla per un nuovo incarico legale.

La lezione (2026) ITA di Stefano Mordini
La tensione teorica di uno scontro giudiziario che si dissolve nell’ambiguità di un’aula di tribunale rappresenta da sempre un dispositivo d'innesco seducente. Stefano Mordini approccia la materia cercando di edificare un thriller dell’anima capace di declinare il paradigma del controllo e della prevaricazione maschile attraverso la lente della percezione alterata. L’architettura visiva sfrutta gli spazi di una Trieste algida e mitteleuropea, le cui prospettive razionali dialogano costantemente con le geometrie dello chalet boschivo, trasformando la geografia urbana e naturale nel corrispettivo fisico di una gabbia mentale.
La narrazione tenta di instaurare un dialogo serrato con i codici del generei. Il legame con la lezione filosofica di Michel Foucault sulla parhesia e il coraggio della verità vorrebbe elevarsi a perno tematico della vicenda, trasformando la parola e il silenzio in veri e propri strumenti di sopraffazione. Questa complessa impalcatura concettuale finisce tuttavia per scontrarsi con una scrittura che esplicita eccessivamente i propri intenti morali, sacrificando la progressione drammatica in favore di un’esemplificazione didascalica sui rapporti di potere.
Il ribaltamento prospettico tra la vittima e il carnefice trova una notevole tenuta espressiva nella prova di Matilda De Angelis, la cui performance lavora sulle incrinature di un corpo apparentemente imperturbabile che trattiene a stento il terrore. Il contrasto interpretativo con la figura ambigua incarnata da Stefano Accorsi prometteva un cortocircuito emotivo capace di reggere l’intera seconda parte del film. Purtroppo, l'evidenza con cui vengono tratteggiati i caratteri svela le carte in tavola con un anticipo che sterilizza il dubbio, spegnendo la sensazione di vertigine che un'opera del genere necessita per contagiare lo spettatore.
Il sonoro gioca una carta suggestiva nell’uso ossessivo de La canzone dei vecchi amanti nella celebre versione di Franco Battiato, trasformando la traccia musicale in una ciclica eco di possesso che riaffiora come un trauma mai sopito. L'impianto generale dimostra una chiara maturità nell'orchestrare le atmosfere e nel gestire la composizione dell'inquadratura, ma resta la sensazione di un esercizio di stile che rinuncia ad addentrarsi davvero nelle pieghe più oscure e insolubili del suo stesso racconto.
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