L'avvocato del diavolo
L'avvocato Kevin Lomax è la stella imbattuta del foro di una provincia floridiana, capace di scagionare persino un professore accusato di molestie. Notato da un prestigioso studio di Manhattan, si trasferisce a New York con la moglie Mary Ann per porsi sotto l'ala protettrice di John Milton, carismatico e opulento dominatore del foro newyorkese. Tra cause milieunarie e lussi sfrenati, la vita della coppia deraglia: mentre la donna precipita in un incubo di visioni inquietanti e alienazione, Kevin cede progressivamente all'ambizione cieca. Ben presto il giovane legale comprenderà che il suo nuovo mentore non è semplicemente un cinico uomo d'affari, ma l'Incarnazione del Male in persona.

L'avvocato del diavolo (1997) USA di Taylor Hackford
Diretto da Taylor Hackford, L'avvocato del diavolo si muove sull'instabile confine che separa il legal thriller dal dramma faustiano, traducendo il mito della tentazione in una satira grottesca del capitalismo tardo-novecentesco. La pellicola trasforma Manhattan nel girone infernale per eccellenza, dove la vanità diventa il peccato capitale preferito dal demonio proprio perché mascherata da etica del successo e libero arbitrio.
Piuttosto che adagiarsi sui canoni dell'horror convenzionale, l'impianto narrativo preferisce lavorare sulle forme, facendo dialogare la magniloquenza scenografica di Bruno Rubeo con una messa in scena che sfrutta vertigini visive, piazze sospese nel vuoto e specchi d'acqua protesi verso l'orizzonte per esplicitare la parabola di una caduta morale imminente. La regia impiega il time-lapse per accelerare nevroticamente la frenesia della metropoli, mentre gli effetti speciali in digitale intervengono per deformare la realtà quotidiana attraverso allucinazioni repentine e apparizioni mostruose. Nel finale, l'irruzione della dimensione fantastica culmina nel celebre bassorilievo marmoreo che prende vita in un'orgia pagana, sequenza di chiara matrice metamorfica che richiama le allucinazioni visive del cinema fantastico europeo.
Il confronto attoriale vive sul contrasto di registro: da una parte Keanu Reeves, con la sua consueta opacità recitativa e una rigidità che ben si adatta alla stolida hybris del suo personaggio, dall'altra un Al Pacino volutamente istrionico e debordante. Il suo Milton è un Lucifero moderno, cinico umanista che viaggia in metropolitana e cita Miltonicamente il Paradiso Perduto ("Meglio regnare all'Inferno che servire in Paradiso"), regalando momenti di purissimo camp drammatico. Il film perde tuttavia brillantezza nella seconda parte, quando le convenzioni del thriller giudiziario alla John Grisham collidono in modo stridente con la materia diabolica e le concessioni al cinema demoniaco alla William Friedkin, chiudendosi con uno spudorato artificio narrativo che depotenzia la drammaticità accumulata.
Commenti
I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.
- Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!
