L'attachement - La tenerezza
Sandra, cinquantenne barricata in un’indipendenza rigorosa e proprietaria di una libreria femminista, si ritrova improvvisamente a fare da balia al piccolo Elliot mentre la vicina di casa è in ospedale per partorire. L'improvvisa morte della donna durante il parto lascia il marito Alex smarrito con due figli piccoli da crescere. Inizia così una lenta riavvicinamento quotidiano che scardina la solitudine della protagonista e ricompone un nuovo nucleo affettivo.

L'attachement - La tenerezza (2024) FRA di Carine Tardieu
Si potrebbe liquidare la trama di L'attachement come il solito intreccio di un melò d'Oltralpe sulla ricomposizione familiare e le seconde occasioni. Ma l'approccio di Carine Tardieu possiede una lucidità formale che la tiene lontana dalle trappole dell'emotività a buon mercato. La cineasta francese sceglie di lavorare sulle strutture invisibili della messinscena: anziché affidarsi alla drammaturgia urlata dei conflitti o a uno stile ostentato, costruisce la tensione drammatica attraverso la modulazione del tempo e degli spazi minimi.
Il vero motore estetico del film risiede nella scelta di ritmare il racconto sull'età biologica della piccola Lucille. Questa scansione capitolare non è una semplice trovata cronologica, ma una riflessione sulla durata necessaria a far sedimentare i legami. La regia abita le soglie domestiche, trasformando il pianerottolo del condominio in uno spazio cerniera che evoca apertamente le architetture emotive del cinema di Claude Sautet. Proprio come nei capolavori di Sautet, da È simpatico, ma ha un carattere difficile a Un cuore in inverno, i personaggi della Tardieu sono definiti dai loro gesti quotidiani, dagli sguardi trattenuti e da una geografia di prossimità che unisce o separa con la stessa grazia discreta. La macchina da presa osserva i corpi con un pudore quasi analitico, mantenendo una distanza di sicurezza che permette agli interpreti di abitare la scena senza mai cadere nel macchiettismo.
Valeria Bruni Tedeschi declina il suo personaggio attraverso una recitazione per una volta sommessa e prosciugata da vezzi nevrotici, costruendo una figura di femminista coerente e spigolosa che scopre la maternità non per dogma o istinto, ma per contiguità affettiva. Accanto a lei, Pio Marmaï offre al suo vedovo una vulnerabilità ruvida, sostenuta dai preziosi contributi di Vimala Pons e Raphaël Quenard, quest'ultimo ormai certezza di un certo cinema d'autore capace di squassare il tono di una scena con poche battute di contropiede.
Senza ricorrere al belletto di una fotografia di maniera o a sottolineature musicali invadenti, la Tardieu firma un lavoro di scrittura e regia di rara misura, capace di interrogare lo statuto della famiglia contemporanea con la precisione di chi sa che la verità dei sentimenti appartiene solo al tempo che si è disposti ad accordare loro.
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