L'arte della risata anarchica: la Top 10 della comicità demenziale, slapstick e parodistica
Far ridere con l'assurdo non è mai stato un esercizio di serie B, ma una delle forme più rigorose ed esigenti di ingegneria cinematografica. Dalle acrobazie fisiche del muto alla decostruzione parodistica contemporanea, il canone della comicità slapstick, demenziale e parodica ha riscritto la grammatica del grande schermo.

Far ridere con l'assurdo non è mai un mero esercizio di disimpegno, ma una disciplina millimetrica che unisce ingegneria dei tempi comici, padronanza scenica e provocazione culturale. Dalle spericolate acrobazie del cinema muto alla parodia decostruttiva della New Hollywood, fino al nonsense contemporaneo, il cinema ha saputo trasformare la farsa e lo slapstick in capolavori di critica sociale ed estetica pura.
Ecco la classifica storica definitiva, ripercorsa dal decimo posto fino alla vetta assoluta, con un'analisi approfondita delle meccaniche comiche e degli interpreti che hanno reso immortali queste opere.
10. Hellzapoppin' (1941)
Regia: H.C. Potter
Sottogenere: Metacinema demenziale e farsa d'avanguardia
Riconoscimento: Selezionato dalle retrospettive del British Film Institute (BFI) e dal Guardian tra i dieci esperimenti comici più audaci di sempre
Cast principale: Ole Olsen, Chic Johnson, Martha Raye, Mischa Auer, Hugh Herbert, Shemp Howard
Tratto da un travolgente successo di Broadway, Hellzapoppin' ha inventato la decostruzione postmoderna del cinema con decenni di anticipo. Il duo comico formato da Ole Olsen e Chic Johnson entra ed esce letteralmente dalla trama: gli attori sanno di essere in un film, contestano le scelte registiche, si rivolgono al pubblico in sala e arrivano a gridare contro il proiezionista distratto (interpretato da Shemp Howard dei Three Stooges), reo di sbagliare la messa a fuoco o di inserire rulli di pellicola errati (facendo comparire nel mezzo di una scena western un bimbo che piange).
La vulcanica Martha Raye si lancia in numeri fisici e canori di sfrenata esuberanza, mentre il conte decaduto di Mischa Auer incarna il perfetto contraltare grottesco. A completare il quadro c'è la celeberrima sequenza di ballo della compagnia dei Whitey's Lindy Hoppers, un concentrato di virtuosismo acrobatico che viaggia alla stessa velocità folle delle gag visive. La pellicola non si limita a infrangere la quarta parete: la fa esplodere, mostrando il fotogramma che brucia e i protagonisti che camminano fuori dai margini della pellicola stessa.
9. This Is Spinal Tap (1984)
Regia: Rob Reiner
Sottogenere: Mockumentary satirico
Riconoscimento: #29 nella classifica storica AFI; opera di culto celebrata dal BFI
Cast principale: Michael McKean, Christopher Guest, Harry Shearer, Rob Reiner, Tony Hendra, June Chadwick
Rob Reiner codifica e perfeziona il genere del "falso documentario" con una precisione chirurgica così verosimile che molti spettatori dell'epoca credettero che gli Spinal Tap fossero un vero gruppo hard rock britannico. Il film segue la disastrosa tournée americana della band guidata da David St. Hubbins (Michael McKean), Nigel Tufnel (Christopher Guest) e Derek Smalls (Harry Shearer), pedinati dalla cinepresa del documentarista Marty DiBergi (lo stesso Rob Reiner).
Gran parte dei dialoghi è frutto di un'improvvisazione magistrale basata su un canovaccio dettagliatissimo, che mette alla berlina i vaniloqui da rockstar, l'incompetenza manageriale di Ian Faith (Tony Hendra) e le ingerenze new age della fidanzata di turno, Jeanine (June Chadwick). Tra gag entrate nell'immaginario collettivo — l'amplificatore Marshall modificato con la scala del volume che arriva a "11" anziché a 10, la scenografia megalomane del megalite di Stonehenge ridotta per errore a un modellino alto quaranta centimetri e la maledizione dei batteristi che muoiono per combustione spontanea o bizzarri incidenti di giardinaggio — la pellicola è una satira spietata e al contempo affettuosa dei tic dell'industria discografica.
8. Monty Python e il Sacro Graal (Monty Python and the Holy Grail, 1975)
Regia: Terry Gilliam e Terry Jones
Sottogenere: Nonsense britannico e satira surrealista
Riconoscimento: Consacrato dal BFI nella Top 10 delle commedie più importanti della storia mondiale
Cast principale: Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones, Michael Palin
Costretti da un budget risicato a trasformare i propri limiti produttivi in vette di genialità, i membri del collettivo comico britannico firmano la parodia definitiva del ciclo arturiano. L'assenza di fondi per noleggiare cavalli si trasforma nell'invenzione più celebre del film: i cavalieri galoppano a vuoto mentre i loro scudieri battono mezze noci di cocco per simularne gli zoccoli. Re Artù (Graham Chapman) vaga per un'Inghilterra fangosa e degradata, scontrandosi con la totale insensatezza dei suoi sudditi e compagni d'armi.
Il cast corale dà vita a decine di maschere indimenticabili: John Cleese è il Cavaliere Nero che continua a lanciare provocazioni dopo essere stato amputato di braccia e gambe ("È solo un graffio!"), nonché la guardia francese che bersaglia gli inglesi con insulti bizzarri; Michael Palin interpreta Dennis, il contadino anarco-sindacalista che contesta la legittimità teocratica della monarchia spiegando che "una strana donna distesa in uno stagno che distribuisce spade non è una valida base per un sistema di governo"; Eric Idle veste i panni del pavido Sir Robin, accompagnato da menestrelli che ne cantano le vigliaccherie. Con l'irruzione finale della polizia moderna che arresta i cavalieri nel pieno di una carica epica, i Monty Python distruggono l'idealismo cavalleresco con un nonsense logico e spiazzante.
7. La signora del venerdì (His Girl Friday, 1940)
Regia: Howard Hawks
Sottogenere: Screwball comedy e comicità verbale a raffica
Riconoscimento: #19 nella classifica di riferimento AFI's 100 Laughs
Cast principale: Cary Grant, Rosalind Russell, Ralph Bellamy, Gene Lockhart, Helen Mack
Se la maggior parte della comicità classica lavora sul corpo, Howard Hawks applica la frenesia dello slapstick al linguaggio, orchestrando un duello verbale che tocca i 240 vocaboli al minuto. Il cinico direttore di giornale Walter Burns (Cary Grant) tenta disperatamente di sabotare le nozze imminenti della sua ex moglie e fuoriclasse del giornalismo d'inchiesta Hildy Johnson (Rosalind Russell) con il mite e noioso assicuratore Bruce Baldwin (Ralph Bellamy), coinvolgendola nello scoop sulla condanna a morte di un operaio.
Hawks rivoluziona le tecniche di presa diretta cinematografica facendo installare microfoni multipli sul set per permettere agli interpreti di sovrapporre le loro voci senza perdere la chiarezza dell'articolazione (overlapping dialogue). Tra Grant e Russell scoppia una chimica straordinaria: le schermaglie amorose e professionali si susseguono a rotta di collo, trasformando la redazione in una trincea in cui l'etica viene costantemente sacrificata sull'altare della notizia sensazionale. Una satira al vetriolo sull'ambizione, sulla manipolazione e sull'informazione d'assalto, retta da una precisione ritmica impeccabile.
6. Come vinsi la guerra (The General, 1926)
Regia: Buster Keaton e Clyde Bruckman
Sottogenere: Slapstick acrobatico delle origini
Riconoscimento: #18 per l'AFI; inserito stabilmente nella Top 50 globale della rivista Sight & Sound
Cast principale: Buster Keaton, Marion Mack, Glen Cavender, Jim Farley
Ambientato durante la Guerra Civile americana e ispirato a un fatto reale (la grande caccia alla locomotiva), il capolavoro del muto vede Buster Keaton nei panni di Johnnie Gray, un macchinista della Georgia a cui i nordisti rubano il treno (il "Generale") e rapiscono la fidanzata Annabelle (Marion Mack). Rifiutato dall'esercito confederato perché ritenuto più utile alle ferrovie, Johnnie si lancia in un inseguimento solitario lungo i binari, sfidando da solo un'intera armata nemica.
Keaton, noto come la "Faccia di Pietra" per la totale imperturbabilità con cui affronta il pericolo, coreografa e compie personalmente acrobazie ai limiti dell'impossibile senza l'ausilio di controfigure o effetti speciali. Siede sulle bielle di una locomotiva in corsa, sposta traversine ferroviarie dai binari mentre è appollaiato sul cacciapietre e coordina la distruzione del ponte sul Rock River, culminante con il crollo reale di un intero treno nelle acque sottostanti — la singola scena più costosa della storia del cinema muto. La commedia fisica di Keaton non cerca mai la facile risata farsesca, ma eleva lo slapstick a pura geometria di vettori, gravità e macchinari in movimento.
5. Frankenstein Junior (Young Frankenstein, 1974)
Regia: Mel Brooks
Sottogenere: Parodia filologica ed espressionista
Riconoscimento: #13 nella classifica storica AFI
Cast principale: Gene Wilder, Marty Feldman, Peter Boyle, Madeline Kahn, Teri Garr, Cloris Leachman, Gene Hackman
Nato da un'idea di Gene Wilder durante le riprese di Blazing Saddles e scritto a quattro mani con Mel Brooks, il film è una dichiarazione d'amore maniacale per i classici horror degli anni Trenta targati Universal. Girato con una splendida fotografia in bianco e nero curata da Gerald Hirschfeld e utilizzando le scenografie originali del laboratorio di Kenneth Strickfaden del 1931, il film bilancia il rispetto filologico del genere con la farsa demenziale.
Wilder brilla nel ruolo dell'isterico professor Frederick Frankenstein (che insiste nel farsi chiamare "Frankenstiin"), affiancato da un cast in stato di grazia: il leggendario Marty Feldman interpreta l'assistente Igor, con la sua gobba ambulante che cambia lato da una scena all'altra e battute istantaneamente entrate nel mito ("Quale gobba?"); Peter Boyle conferisce una tenera mostruosità alla Creatura; Teri Garr è la conturbante assistente Inga; Cloris Leachman terrorizza i cavalli al solo pronunciare il nome di Frau Blücher; Madeline Kahn è l'impeccabile fidanzata borghese Elizabeth, che troverà l'appagamento solo tra le braccia del mostro. Memorabile il cameo non accreditato di un quasi irriconoscibile Gene Hackman nei panni dell'eremita cieco Harold, che versa zuppa bollente sulle ginocchia della Creatura. Il vertice della farsa si tocca quando scienziato e mostro, vestiti di frac, intonano ed eseguono il tip-tap sulle note di Puttin' on the Ritz.
4. L'aereo più pazzo del mondo (Airplane!, 1980)
Regia: Jim Abrahams, David Zucker, Jerry Zucker (ZAZ)
Sottogenere: Spoof moderno e deadpan comedy
Riconoscimento: #10 assoluto per l'AFI e pilastro delle rassegne comiche internazionali
Cast principale: Robert Hays, Julie Hagerty, Leslie Nielsen, Peter Graves, Robert Stack, Lloyd Bridges, Kareem Abdul-Jabbar
Il trio ZAZ riscrive le regole della parodia moderna prendendo la sceneggiatura del serioso film catastrofico Ora zero (1957) e replicandola quasi scena per scena, infarcendola però di doppi sensi visivi, freddure letterali e assurdità di sottofondo. L'ex pilota traumatizzato Ted Striker (Robert Hays) e l'hostess Elaine Dickinson (Julie Hagerty) devono salvare i passeggeri di un volo di linea dopo che un'intossicazione alimentare ha messo fuori combattimento l'intero equipaggio.
La rivoluzione comica del film risiede nel casting: anziché affidarsi ad attori comici inclini a strizzare l'occhio allo spettatore, il trio scrittura interpreti drammatici noti per ruoli stoici e granitici, costringendoli a recitare le battute più demenziali con impassibile serietà (deadpan). Leslie Nielsen reinventa la propria carriera nel ruolo del Dottor Rumack ("Non può essere serio!" – "Sono serissimo, e non mi chiami Shirley"); Peter Graves interpreta il Capitano Oveur, tormentato da domande bizzarre rivolte ai bambini in cabina di pilotaggio; Robert Stack è l'inossidabile Rex Kramer; Lloyd Bridges veste i panni del controllore di volo McCroskey, alle prese con ricadute seriali ("Sembra che abbia scelto la settimana sbagliata per smettere di sniffare colla"); la stella dell'NBA Kareem Abdul-Jabbar si ritrova suo malgrado a pilotare l'aereo sotto falsa identità. Una raffica di gag visive in primo e secondo piano che non lascia tregua.
3. La guerra lampo dei Fratelli Marx (Duck Soup, 1933)
Regia: Leo McCarey
Sottogenere: Satira anarchica e surrealismo pre-bellico
Riconoscimento: #6 nella classifica ufficiale AFI
Cast principale: Groucho Marx, Harpo Marx, Chico Marx, Zeppo Marx, Margaret Dumont, Louis Calhern, Edgar Kennedy
Diretto da un maestro della commedia come Leo McCarey, Duck Soup rappresenta l'apice artistico dei Fratelli Marx, prima che i vincoli produttivi della Metro-Goldwyn-Mayer ne addomesticassero la ferocia sovversiva. Nella fittizia repubblica di Freedonia, sull'orlo della bancarotta, la facoltosa signora Teasdale (l'imprescindibile spalla Margaret Dumont) accetta di finanziare lo Stato a patto che il governo venga affidato a Rufus T. Firefly (Groucho Marx), un cinico ciarlatano dedito all'insulto e al disimpegno politico.
Lo scontro diplomatico con l'ambasciatore Trentino (Louis Calhern) del confinante Stato di Sylvania innesca una guerra ridicola e priva di senso. Chico Marx (Chicolini) e Harpo Marx (Pinky) agiscono come spie sgangherate, seminando il panico con il venditore di limonate Edgar Kennedy e dando vita alla leggendaria sequenza dello specchio infranto: Harpo, travestito da Groucho con tanto di finti baffi e sigaro, replica all'unisono e con precisione millimetrica ogni movimento del fratello, senza l'ausilio di una superficie riflettente. Arrivato nelle sale nello stesso anno della salita al potere di Adolf Hitler in Germania, il film demolisce il nazionalismo, la retorica marziale e la demagogia attraverso un bombardamento continuo di freddure linguistiche e anarchia visiva.
2. Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles, 1974)
Regia: Mel Brooks
Sottogenere: Parodia decostruttiva e satira politica scorretta
Riconoscimento: #1 assoluto tra le parodie e #4 generale per l'American Film Institute
Cast principale: Cleavon Little, Gene Wilder, Harvey Korman, Madeline Kahn, Slim Pickens, Mel Brooks
Co-sceneggiato da un gruppo d'eccezione che includeva Richard Pryor, il film è l'assalto frontale di Mel Brooks al genere fondativo del cinema americano: il western. Il corrotto procuratore Hedley Lamarr (Harvey Korman) intende far passare la ferrovia sulla cittadina di Rock Ridge e, per spingere i residenti alla fuga, convince il demente governatore Le Petomane (interpretato dallo stesso Mel Brooks) a nominare come nuovo sceriffo Bart (Cleavon Little), un lavoratore afroamericano destinato all'impiccagione, convinto che il razzismo dei cittadini distruggerà la comunità dall'interno.
Bart, affiancato dal pistolero alcolizzato Jim detto "Waco Kid" (Gene Wilder), capovolge la situazione conquistando la fiducia della popolazione a dispetto della loro ottusità. La pellicola infrange tabù cinematografici decennali, dalla storica e liberatoria scena corale delle flatulenze attorno al falò fino all'uso sistematico e caricaturale del turpiloquio razzista per denudarne la stupidità retrograda. Madeline Kahn giganteggia nella parodia di Marlene Dietrich nei panni della sfiancata cantante di saloon Lili von Shtüpp ("I'm Tired"), mentre Slim Pickens è il perfetto scagnozzo ignorante Taggart. Nel finale, la violenza del Far West travalica i confini della pellicola: la rissa generale sfonda i muri del teatro di posa della Warner Bros., invade un set musicale adiacente e termina sulla Hollywood Boulevard, trasformando la parodia in una riflessione metatestuale sull'artificio della fabbrica dei sogni.
1. A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot, 1959)
Regia: Billy Wilder
Sottogenere: Commedia degli equivoci e farsa classica
Riconoscimento: #1 assoluto nella classifica AFI's 100 Laughs
Cast principale: Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe, George Raft, Joe E. Brown, Pat O'Brien
In cima a qualsiasi canone comico brilla la perfezione drammaturgica del capolavoro firmato da Billy Wilder e dal suo co-sceneggiatore I.A.L. Diamond. Chicago, 1929: i musicisti jazz Joe (Tony Curtis) e Jerry (Jack Lemmon) assistono casualmente alla strage mafiosa di San Valentino ordinata dal boss "Ghette" Colombo (George Raft). Per sfuggire ai sicari, i due si travestono da donne, assumono le identità di Josephine e Daphne e si aggregano a un'orchestra femminile diretta a Miami, capeggiata dalla cantante e suonatrice di ukulele Sugar Kane Kowalczyk (Marilyn Monroe).
La commedia si trasforma in un gioco pirotecnico di identità multiple: Joe si sdoppia ulteriormente fingendosi un timido erede miliardario con l'accento di Cary Grant per sedurre Sugar, mentre Jerry, progressivamente assorbito dalla propria identità femminile come Daphne, finisce per accettare la corte serrata del vero magnate Osgood Fielding III (Joe E. Brown). Marilyn Monroe offre la sua interpretazione più radiosa, fragile e comica al tempo stesso, cantando pietre miliari come I Wanna Be Loved by You. Sfidando la censura dell'epoca e il rigido Codice Hays su temi quali il travestitismo, l'omosessualità implicita e la violenza gangsteristica, Wilder mantiene un'eleganza di regia e un ritmo narrativo privo del benché minimo cedimento.
Il film si chiude con lo scambio di battute più celebre della storia del cinema: a bordo del motoscafo, mentre Jerry si toglie disperato la parrucca gridando "Sono un uomo!" pur di farsi lasciare, l'innamoratissimo Osgood risponde con un sorriso serafico: "Beh, nessuno è perfetto". Una chiosa memorabile per un'opera che, paradossalmente, la perfezione l'ha raggiunta davvero.
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