Ketticè

Secondo noi:

Nella Palermo del 2012, il sedicenne Giulio vegeta tra le pareti del palazzo di famiglia, impermeabile ai doveri della scuola privata e ai rimbrotti materni, cullato da una bolla di privilegio economico. L'inerzia quotidiana trova una scossa nell'incontro con la coetanea Ketty, ragazza della media borghesia con una reputazione da ribelle. Tra acquisti di marijuana sotto lo sguardo indifferente di un monumento a Padre Pio e scorribande in macchina, i due instaurano un sodalizio affettivo che diventa l'unica vera fuga dal torpore.

Redazione iFellini4 ottobre 20260 visualizzazioni
Ketticè

Ketticè (2026) ITA di Giovanni Tortorici

Dopo l'esordio di Diciannove, Giovanni Tortorici torna a esplorare l'universo giovanile con una commedia amara che guarda da vicino modelli d'oltreoceano, ricucendo la lezione dell'amoralità apatica del cinema di Larry Clark o di certe derivazioni scorsesiane con una cifra stilistica dichiaratamente esibita.

La regia procede per continue attrazioni voyeuristiche, stringendo la mdp sui corpi dei ragazzi e calibrando l'inquadratura su dettagli d'epoca — l'Iphone 5, i messaggi di testo visualizzati sullo schermo, le dinamiche di un Facebook al suo apice — con l'intento di restituire la geografia emotiva di un'adolescenza condannata all'ostentazione. Il racconto lavora per stratificazioni visive e sonorità stridenti, contrapponendo la retorica dei palazzi storici palermitani e la gravità di canti tradizionali come quelli di Oumeima El Khalil alle cadenze pop e rap del periodo, costruendo un contrasto stridente tra la fissità dei luoghi e la volubilità dei protagonisti.

Salvatore Gallina presta al suo Giulio una recitazione di sottrazione, fatta di sguardi opachi e un'indolenza quasi anestetizzata, mentre Rachele Testagrossa dona al film una reattività carnale e dinamica. Sul versante adulto, la madre interpretata da Monica Bellucci sceglie la via di una stilizzazione quasi macchiettistica: la sua recitazione poggia su tempi comici dilatati, frecciate affilate e un'aggressività casalinga che dialoga a distanza con la tradizione della commedia all'italiana, dove la figura genitoriale si trasforma in un dispositivo ridicolo quanto repressivo. Tortorici orchestra la forma visiva piegando l'uso del rallentatore e dei punti di vista ribassati alla percezione alterata e narcisistica del suo protagonista, scivolando programmaticamente dal realismo al videoclip, fino a restituire il senso profondo di una generazione prigioniera del proprio specchio.

Resta da capire se Ketticè riesca davvero nell'intento di graffiare lo spettatore o se finisca per rimanere vittima della stessa superficialità che vorrebbe mettere in mostra, trasformandosi nell'ennesimo elegante e ridondante compendio sul vuoto dell'adolescenza borghese.

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