Il potere dei soldi
Licenziato in tronco dopo aver fallito una presentazione e ricattato per aver dilapidato i fondi aziendali in una notte di bagordi, il giovane programmatore Adam Cassidy accetta di farsi spia industriale. Spinto dal mefistofelico magnate Nicholas Wyatt a sottrarre i brevetti di un rivoluzionario smartphone al rivale ed ex mentore Jock Goddard, il ragazzo si ritrova catapultato nei vertici dorati dell'alta finanza tecnologica. Sedotto dal lusso e invaghito della responsabile marketing della concorrenza, Adam capirà presto di essere soltanto una pedina sacrificabile in una guerra spietata tra giganti del silicio dove nessuno gioca pulito.

Il potere dei soldi (2013) USA di Robert Luketic
Prendete l'archetipo morale del giovane rampante stritolato dal patto faustiano alla Wall Street di Oliver Stone, innestatevi la dinamica corporativa de Il socio e la paranoia della sorveglianza tipica di Nemico pubblico, e infine sterilizzate il tutto sotto la campana di vetro dell'estetica da showroom informatico: otterrete la formula di questo thriller tratto dal romanzo di Joseph Finder. Robert Luketic, onesto mestierante prestato al genere dopo i fasti zuccherini de La rivincita delle bionde e La dura verità, imposta la messa in scena con la mano laccata ma priva di respiro teorico di chi viene dalla commedia commerciale. L'idea del panottico digitale e del controllo ubiquo, anziché evocare l'angoscia geometrica de La conversazione coppoliana o le febbri cospirative del cinema di Alan J. Pakula, si arena in una sequela di vezzi modaioli: lo spazio scenico illuminato da David Tattersall appiattisce le profondità per privilegiare il luccichio sterile di superfici specchiate, cristalli e finiture metalliche, riducendo la dialettica tra la Brooklyn operaia e la Manhattan del capitale a un contrasto cromatico elementare, mentre il tappeto elettronico composto da Junkie XL vorrebbe rincorrere le ipnosi sintetiche di Cliff Martinez senza possederne la medesima densità drammatica.
Il richiamo per il cinefilo d'annata risiedeva semmai nel cartellone, in quella rimpatriata tra Gary Oldman e Harrison Ford che tornavano a incrociare i ferri a sedici anni di distanza da Air Force One. Ma i due mostri sacri procedono col pilota automatico, abbozzando una sbiadita caricatura della disfida storica tra Bill Gates e Steve Jobs: Oldman gigioneggia con beffarda stanchezza nel suo consueto registro mefistofelico, mentre Ford, cranio rasato e sguardo disincantato, recita con l'aria di chi pensa soprattutto all'assegno di fine riprese. In mezzo a loro, Liam Hemsworth sfoggia una prestanza fisica encomiabile e completi sartoriali, ma la sua maschera espressiva fatica a restituire il tormento morale del protagonista, e la scintilla con Amber Heard soffre la legnosità di dialoghi infarciti di gergo tecnico masticato a forza. Persino il grande Richard Dreyfuss, relegato al bozzetto malinconico del padre proletario e malato, sembra capitato sul set quasi per inerzia.
L'inganno di fondo sta nel confondere la levigatezza ottica dei display per modernità linguistica e il montaggio nervoso per autentica tensione. Sotto l'involucro argentato dei grattacieli resta l'eco di uno spettacolo smarrito, simile a lanterne di vetro dimenticate a brillare nel buio della notte metropolitana: la luce azzurrina degli schermi accarezza le vetrate, promette un domani radioso, ma non fa che riverberare la solitudine pulviscolare di un cinema che ha scambiato l'anima per un riflesso.
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