Il ministero della guerra sporca

Secondo noi:

All’inizio del 1942, mentre la minaccia dei U-Boot tedeschi soffoca i rifornimenti alleati nell’Atlantico, Winston Churchill autorizza un’operazione segreta e non ortodossa. Un sgangherato gruppo di guastatori e mercenari guidato dal maggiore Gus March-Phillipps viene inviato nell’isola neutrale di Fernando Po per affondare la nave d’appoggio nazista Duchessa d’Aosta. Tra travestimenti, infiltrati locali e violenza da fumetto, la squadra compie un sabotaggio clandestino destinato a fare scuola.

Redazione iFellini8 ottobre 20260 visualizzazioni
Il ministero della guerra sporca

Il ministero della guerra sporca (2024) USA di Guy Ritchie

Guy Ritchie prosegue la sua ipertrofica marcia produttiva con un’opera che rielabora la memoria storica attraverso il filtro deformante del cinema di genere, oscillando tra la lezione tarantiniana e il recupero spudorato dell’action bellico anni Sessanta alla Quella sporca dozzina.

La materia declassificata sulle origini delle forze speciali britanniche diventa qui mero pretesto per una partitura visiva ritmata, dove la regia predilige la fluidità del montaggio e la pulizia formale a scapito di quella frenesia visiva che un tempo ne costituiva il marchio di fabbrica. Questa scelta formale finisce tuttavia per smussare l’impatto drammatico, restituendo una messa in scena quasi automatica, dove i conflitti a fuoco perdono qualsiasi senso di pericolo reale per trasformarsi in balletti balistici privi di gravità.

Il discorso citazionista appare scopertamente teorico e a tratti contraddittorio: l’evocazione esplicita della genesi letteraria di Ian Fleming si intreccia a sequenze musicali paradossali, come la riesecuzione di Die Moritat von Mackie Messer di Brecht e Weill per mano degli stessi carnefici nazisti, un corto circuito filologico che vorrebbe suonare provocatorio ma tradisce una certa superficialità drammaturgica. La tessitura sonora tenta di cucire insieme le suggestioni dello spaghetti western morriconiano con il dinamismo ritmico del heist movie, trovando il suo momento estetico più riuscito solo durante il concitato epilogo notturno al porto, dove l’allarme della nave viene orchestrato come elemento percussivo all'interno della colonna sonora.

Il film si adagia su una narrazione piana e priva di veri contrasti, dove i personaggi, concepiti come icone unidimensionali, procedono senza inceppamenti verso un successo scontato, lasciando allo spettatore l’impressione di un divertissement nostalgico eseguito con innegabile mestiere ma con poco coraggio formale.

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