Il mago del Cremlino - Le origini di Putin
In un’enorme villa immersa nella neve giunge un giornalista americano per intervistare Vadim Baranov, ex regista teatrale d’avanguardia ed ex produttore di reality diventato poi l’inflessibile spin doctor di Vladimir Putin. Attraverso un lungo e serrato racconto in flashback, Baranov ripercorre la disillusione post-sovietica degli anni Novanta, l’ascesa brutale degli oligarchi e la capillare costruzione a tavolino del potere del nuovo Zar. Nel farlo, l’uomo evoca la perdita del suo unico grande amore e le spietate manipolazioni mediatiche che hanno trasformato la democrazia russa in una raffinata simulazione autoritaria.

Il mago del Cremlino - Le origini di Putin (2025) USA di Olivier Assayas
Tratto dal celebre romanzo di Giuliano da Empoli, Il mago del Cremlino rappresenta per Olivier Assayas un ritorno a quell'affresco politico e corale già esplorato con rigore analitico nell'ottimo Carlos. Il regista parigino sceglie tuttavia una direzione spiazzante, abbassando radicalmente il volume drammatico del racconto. Il montaggio di Marion Monnier lavora con chirurgica fluidità nell'intrecciare il materiale finzionale con immagini d'archivio, ma a differenza della spinta propulsiva tipica del cinema d'azione politico, l'incedere della pellicola assomiglia piuttosto a una distaccata lezione di storia, sorretta da un uso del voiceover che a tratti rischia di soffocare la drammaturgia pura.
Al centro di questo dispositivo visivo vi è la prova attoriale di Paul Dano, il cui registro recitativo volutamente sottotono e sommesso incarna con efficacia l'invisibilità del vero stratega. Il suo personaggio, apertamente modellato sulla figura reale di Vladislav Surkov, vive di richiami letterari espliciti, a partire dall'evocazione del romanzo distopico Noi di Evgenij Zamjatin. L'opera di Zamjatin non viene trattata dal protagonista come un monito, bensì come un vero e proprio manuale d'istruzioni per la manipolazione di massa. Questa sottile operazione di ribaltamento culturale dialoga a distanza con la struttura di classici del cinema politico, ma viene depurata da qualsiasi slancio epico.
La forza espressiva del film risiede nella tratteggiatura quasi privata e demitizzata del potere, perfettamente incarnata dal Vladimir Putin di Jude Law. Lontano dalle tradizionali posture istituzionali o dalle macchiette a cui ci ha abituato un certo cinema occidentale, il personaggio viene colto nella sua dimensione più intima e informale: emblematica è la scena al ristorante di lusso in cui rifiuta il menu sofisticato per ordinare una semplice ciotola di kasha. Questa scelta minimale svela l'essenza stessa del suo sistema di potere, fondato sulla disciplina monastica, sul totale disprezzo per la debolezza e su una verticalità decisionale che riduce gli oligarchi a strumenti a tempo determinato.
Il cast riflette questa precisa scelta di regia, a partire dalla caratterizzazione di Alicia Vikander, la quale rielabora in chiave disillusa e modernissima la triplice presenza femminile che fu di Deborah Kerr in Duello a Berlino dei leggendari Powell e Pressburger. Vikander incarna l'unica variabile sfuggente nel piano perfetto del protagonista. Straordinario è poi il lavoro di mimica di Jude Law: l'attore britannico evita la caricatura puntando interamente su sguardi impercettibili e posture rigidamente calibrate.
I limiti dell'operazione emergono principalmente nella gestione del registro linguistico e nella frammentazione stilistica. La scelta di far recitare attori di estrazione diversa in lingua inglese produce dissonanze nell'amalgama recitativo, togliendo mordente a quello che avrebbe dovuto essere un affilato thriller politico. Assayas sembra prediligere la dissertazione filosofica sull'esibizione del dramma, lasciando che le strategie di disinformazione e le guerre d'influenza scivolino sullo schermo con la freddezza di un'equazione matematica, però affascinante nella sua accuratezza concettualistica.
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