Il cavaliere di Lagardère

Secondo noi:

Nel XVIII secolo, il nobile Duca di Nevers viene assassinatamente tradito dal perfido cugino Gonzague per la gestione di una cospicua eredità. Il fedele spadaccino Lagardère riesce a trarre in salvo la figlia neonata del duca, Aurore, giurando solennemente vendetta contro gli esecutori dell'agguato. Rifugiatosi lontano dalla corte e celando la propria identità sotto le spoglie di un goffo gobbo, l'uomo alleva la giovane insegnandole a difendersi. Passati sedici anni, per Lagardère giunge infine il momento di riemergere dall'ombra, smascherare l'usurpatore e compiere il suo destino.

Redazione iFellini12 settembre 20260 visualizzazioni
Il cavaliere di Lagardère

Il cavaliere di Lagardère (1997) FRA di Philippe De Broca

Nel contesto della vivace e inaspettata rinascita del genere cappa e spada che ha attraversato il cinema degli anni Novanta, l'opera firmata da Philippe de Broca si distingue come una raffinata dichiarazione d'amore alle geometrie classiche del grande romanzo d'appendice. Evitando con saggezza le vertigini da montaggio ipercinetico che avrebbero da lì a poco contagiato il cinema d'azione, la regia predilige una composizione dell'immagine liquida, classica e maestosa, capace di valorizzare appieno le scenografie imponenti e i costumi premiati ai César.

La camera di de Broca dialoga costantemente con i codici stilistici di Jean Dréville e prima ancora di André Hunebelle, recuperando quel gusto tipicamente transalpino per il movimento coreografico in cui la scherma abbandona la mera dimensione atletica per farsi pura prossemica narrativa. Il celebre "colpo di Nevers" non è semplicemente un'invenzione di trama, ma diviene un vero e proprio motivo ritmico che attraversa la pellicola, orchestrato attraverso un montaggio interno alla scena che rispetta la fisicità degli interpreti.

In questo impianto visivo si inserisce la versatilità di Daniel Auteuil, la cui prova recitativa lavora sulle stratificazioni del corpo scenico: la trasformazione fisica e la mimesi del gobbo non scivolano mai nel grottesco fine a se stesso, ma si rifanno alle grandi maschere teatrali della tradizione europea, creando un continuo e stimolante cortocircuito tra la leggerezza della commedia dell'arte e le cupezze del dramma shakespeariano.

La struttura narrativa oscilla consapevolmente tra la farsa ritmata, con evidenti echi dello slapstick elegante di Richard Lester nei suoi celebri adattamenti dumasiani, e la cupa premeditazione del dramma di vendetta alla Dumas o alla Féval. Questo registro deliberatamente discontinuo riflette la natura stessa del cinema di de Broca, maestro nel bilanciare l'umanismo malinconico con la pura joie de vivre. La costruzione delle sequenze d'azione, calibrate con una gestione degli spazi e dei tempi drammatici che lascia respirare i personaggi, antepone sempre l'approfondimento psicologico al vuoto dinamismo, offrendo al vero cinefilo una dimostrazione di come il grande spettacolo popolare possa nutrirsi di colta memoria cinematografica senza mai perdere la propria freschezza.

Dalle scorribande esotiche di L'uomo di Rio alla satira metacinematografica di Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo, passando per lo spirito cappa e spada di Cartouche, de Broca ha sempre concepito il genere d'avventura come un atto di resistenza ludica e poetica contro la rigidità del reale. Anche in questo lavoro tardivo e parzialmente riusicto, il duello e la maschera non rappresentano semplici espedienti di trama, ma l'espressione di un sincero e inesausto amore per il racconto d'azione inteso come celebrazione della libertà.

Condividi:

Commenti

I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.

  • Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!