Il Casanova di Federico Fellini
Nell'opulento e decadente Settecento veneziano, Giacomo Casanova viene arrestato dall'Inquisizione per le sue pratiche libertine e l'interesse per l'occulto. Evaso dalle prigioni dei Piombi, il celebre seduttore intraprende un lungo pellegrinaggio attraverso le corti e i salotti d'Europa, accumulando avventure erotiche e tentativi di accreditarsi come intellettuale. Nonostante la sua fama lo preceda, ogni incontro rivela la vacuità delle sue conquiste e l'inutilità del suo vuoto presenzialismo. Ormai invecchiato e ridotto al ruolo di malinconico bibliotecario nel castello di Dux, non gli resta che rifugiarsi nel sogno, dove trova la sua compagna ideale in un automa meccanico, eterno simulacro di un amore mai davvero vissuto.

Il Casanova di Federico Fellini (1976) ITA di Federico Fellini
Nel confrontarsi con le memorie autobiografiche di Giacomo Casanova, Federico Fellini compie un gesto radicale e quasi iconoclasta: spoglia il grande seduttore veneziano di ogni aura mitica per trasformarlo nel simulacro di un'umanità imprigionata nelle proprie forme. L'avventuriero non è qui l'eroe romantico dell'erotismo, bensì un burattino tragico condannato a reiterare un rituale vuoto, dove la pulsione sessuale si snoda con la precisione clinica di un ingranaggio d'orologeria. La figura interpretata da Donald Sutherland, sfigurata da protesi che ne allungano il mento e il naso fino a farne una maschera del teatro dei pupi, vive nella costante e straziante illusione di essere riconosciuto per la propria caratura intellettuale, mentre il mondo circostante lo riduce a mero fenomeno da baraccone o da alcova.
La costruzione dello spazio scenico all'interno dei teatri di Cinecittà rappresenta il cuore pulsante di questa operazione concettuale. Rifiutando qualsiasi velleità di ricostruzione storica verista, Fellini edifica un Settecento programmaticamente finto, dove il mare è costituito da teli di plastica nera agitati a ritmo cadenzato e i paesaggi sono quinte teatrali palesemente dipinte. Questo artificio ostentato non risponde a una semplice scelta scenografica, ma diventa sostanza teorica: il mondo di Casanova è un guscio vuoto, una gabbia di cristallo e porcellana in cui la vita reale è bandita a favore della messa in scena. In questa cassa armonica della solitudine, gli amplessi del protagonista vengono ritmati dal movimento meccanico di un uccello d'ottone e accompagnati dalle sonorità ipnotiche di Nino Rota, la cui partitura lavora su dissonanze cristalline, timbri di carillon e ritmi ossessivi che congelano l'emozione in un'eterna ripetizione formale.
Il film intesse una fitta rete di echi e corrispondenze culturali che travalicano la semplice trascrizione biografica. La sequenza ambientata all'interno della balena-lanterna magica a Londra richiama visceralmente le suggestioni fiabesche del Pinocchio di Collodi, collocando la regressione infantile di Casanova al centro di un viaggio psicoanalitico nel ventre materno, dove le immagini proiettate degli organi femminili assumono una valenza minacciosa e castrante. Al contempo, il rapporto irrisolto con la figura della madre, incontrata in un teatro d'opera svuotato e spettrale, proietta sul protagonista l'ombra dell'eterno dramma del maschio italiano incapace di affrancarsi dall'archetipo materno. Non mancano risonanze con la letteratura europea, dai lampadari di Rilke al teatro di marionette di Offenbach, fino a sfiorare la dimensione grottesca di certe deformazioni espressioniste.
L'episodio chiave dell'automa germanico svela la vera natura del percorso esistenziale del protagonista. Nel concedersi alla bambola meccanica, Casanova non compie soltanto un atto di surreale deviazione erotica, ma trova finalmente l'unico specchio capace di restituirgli la sua stessa immagine senza ipocrisia. Il valzer finale sulla laguna veneta ghiacciata, dove il vecchio libertino danza con la pupa di porcellana sotto gli occhi immobili della Tête de Vénus riemersa dalle acque, si configura come una delle vette più alte e dolorose del cinema felliniano. In questo abbraccio tra due oggetti inanimati si consuma la definitiva elegia di un secolo al tramonto e la parabola di un uomo che, nel tentativo disperato di inseguire la poesia, è rimasto prigioniero per sempre del proprio vuoto spettacolo.
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