I figli della scimmia

Secondo noi:

Dario è il padre devoto di Enrico, un adolescente affetto da una grave disabilità degenerativa che richiede cure ed energie continue, mettendo a dura prova l'equilibrio della vita coniugale. Quando il giovane nipote Giacomo, quattordicenne in rotta con un padre autoritario, mostra interesse per le moto da trial — vecchia passione giovanile dello zio —, in Dario si insinua una pericolosa e silenziosa proiezione emotiva. Nel nipote proietta la figura dell'«figlio immaginato», quel ragazzo sano e dinamico mai avuto, trovando nella trasmissione di una passione un'illusoria via di fuga dalla fatica quotidiana. Questo rapporto privilegiato finirà tuttavia per far esplodere le rivalità latenti tra i due fratelli e costringerà il protagonista a fare i conti con i propri imperdonabili desideri di evasione.

Redazione iFellini2 ottobre 20260 visualizzazioni
I figli della scimmia

I figli della scimmia (2026) ITA di Tommaso Landucci

Traendo spunto dalla celebre favola esopica del primate che predilige un cucciolo a discapito dell'altro, Tommaso Landucci costruisce una complessa anatomia della paternità ferita che schiva con intelligenza le trappole del melò ricattatorio. Il film vive di una dialettica rigorosa tra spazio e forma: l'utilizzo del formato 4:3 nella prima parte del racconto stringe i personaggi all'interno di un'inquadratura quasi claustrofobica, un perimetro visivo soffocante che riflette la pesantezza dei corpi e la ripetitività dei gesti di cura, per poi aprirsi a inquadrature più ampie ed aeree solo durante le evasioni in moto.

Riccardo Scamarcio offre una delle sue interpretazioni più misurate e spogliate da vezzi divistici, restituendo un uomo logorato dal dovere quotidiano la cui stanchezza traspare da sguardi sfuggenti più che dalle parole. È un cinema che lavora sui dettagli scenografici e sulle sfumature, dove perfino un regalo banale come un paio di stivali da moto diventa l'innesco per una sommessa ma feroce contesa affettiva tra fratelli. Landucci orchestra la messa in scena puntando su uno stile che ricorda il realismo sociale di Stéphane Brizé, pur inserendolo nell'ambiente borghese e benestante della provincia italiana.

L'uso della dissolvenza tra una sequenza e l'altra imprime un ritmo frammentato, quasi ellittico, che sottolinea lo scarto inconciliabile tra il mondo dell'adolescenza "normale" e la routine ospedaliera e domestica di Enrico. La scrittura, premiata col Premio Solinas, eccelle nell'evitare qualsiasi moralismo pedagogico: quando i due fratelli cercano il ragazzo fuggito di notte, una luce rosso semaforo inonda l'abitacolo dell'auto, congelando visivamente il peso delle loro incomprensioni prima che la vettura riparta nel grigio della strada. Può dispiacere solo una certa schematicità nell'architettura drammaturgica e una costruzione talvolta troppo rigida dei contrasti narrativi, ma la sequenza del bagno finale chiude il cerchio con straordinaria misura pudica, lasciando che sia l'accettazione del limite a guidare la parabola del protagonista.

Condividi:

Commenti

I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.

  • Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!