I dieci comandamenti

Secondo noi:

Sotto la minaccia di un presagio che annuncia un liberatore, il faraone ordina il massacro dei neonati ebrei, ma il piccolo Mosè si salva scivolando sul Nilo in una cesta di giunco. Raccolto dalla figlia del re, cresce alla corte egizia come un principe valoroso, attirandosi la gelosia dell'erede Ramses e l'amore della principessa Nefertari. La scoperta delle proprie origini segna la sua cacciata nel deserto, prologo alla chiamata divina: tornato per spezzare le catene del suo popolo, affronterà il fratellastro evocando le piaghe e guidando l'Esodo verso la terra promessa.

Redazione iFellini10 ottobre 20260 visualizzazioni
I dieci comandamenti

I dieci comandamenti (1956) USA di Cecil B. De Mille

Accostarsi al testamento cinematografico di Cecil B. DeMille significa fare i conti con un'idea di cinema ancestrale, dove l'ambizione figurativa si misura con la stazza dei colossi d'altri tempi. Remake ampolloso e magnificato dell'opera che lo stesso regista aveva firmato nel ventitré, la pellicola trascende la semplice aneddottica biblica per farsi dramma dinastico e politico, scolpendo la narrazione lungo la diagonale del conflitto tra l'arbitrio del tiranno e il soffio della libertà. DeMille non si limita alle scarne coordinate dell'Esodo, ma recupera le fonti apocrife di Giuseppe Flavio e Filone per erigere una prima parte da puro e sfrontato dramma di palazzo, in cui le rivalità amorose e la brama di potere tra Charlton Heston e Yul Brynner assumono le proporzioni di una tragedia elisabettiana. Se la recitazione di Heston procede per ieratiche declamazioni da cattedra e la plastica fierezza di Brynner sfoggia la falcata ritmica del suo passato circense, è nella messa in scena che il film svela il suo genio arcaico.

Il quadro compositivo regala una profondità di campo che trasforma le masse in vera architettura. Ogni inquadratura vive di una rigidità prospettiva quasi teatrale. Gli effetti speciali curati da John P. Fulton, con la celeberrima apertura del Mar Rosso ottenuta proiettando al contrario il rovesciamento di imponenti serbatoi d'acqua, conservano una matericità artigianale che oggi svela una poesia dimenticata, lontana dalla fredda impeccabilità del digitale.

Sotto la patina propagandistica propria della Guerra Fredda, dove l'Egitto di Ramses incarna la minaccia dell'assolutismo statale contro l'autodeterminazione spirituale, pulsa un sincretismo figurativo potente. La sequenza del Monte Sinai, impregnata del titanismo scultoreo del Mosè di Michelangelo, converge con audaci e sature pennellate cromatiche dove il verde delle piaghe o il rosso cupo del deserto stravolgono il realismo a favore di un'espressività simbolica e quasi fiabesca.

Eppure, dietro questa titanica cattedrale visiva, occorre far scivolare lo sguardo tra le maglie di una retorica scopertamente ideologica, figlia diretta del clima da Guerra Fredda in cui il film vide la luce. L'Egitto di Ramses, rigido e burocratico, diviene trasparente allegoria dell'assolutismo sovietico contrapposto al libero arbitrio di stampo occidentale, calando la parola di Dio entro i binari di un patriottismo americano tanto magniloquente quanto schematico. Questa narrazione, impastata di patriarcale certezza e pedagogia propagandistica, va contestualizzata e decodificata con la giusta distanza storica per non rimanere storditi dal suo stesso moralismo. Resta il fascino immutato di un mare di luce e polvere che si apre sul grande schermo, miracolo arcaico capable di squarciare l'ombra della sala e far balenare, per chiunque sappia ancora sognare, l'illusione infinita di un'eterna giovinezza.

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