I colori del tempo

Secondo noi:

Nel 2025, quattro lontani parenti si ritrovano in una casa abbandonata in Normandia per fare l'inventario di un'eredità inaspettata. Tra gli oggetti appartenuti agli antenati, si imbattono nelle tracce di Adèle, una giovane donna che nel 1895 lasciò la provincia per trasferirsi a Parigi in cerca della madre biologica, proprio mentre la capitale francese viveva la rivoluzione dell'impressionismo e la nascita della fotografia. Ricostruendo la vita della ragazza tra incontri con artisti, misteri di paternità e fermenti d'epoca, i quattro protagonisti finiscono per rispecchiare i propri dubbi e le proprie ambizioni contemporanee nel passato della loro capostipite.

Redazione iFellini9 settembre 20260 visualizzazioni
I colori del tempo

I colori del tempo (2025) FRA di Cedric Klapisch

Con la sua ultima fatica, Cédric Klapisch torna a riflettere sulla cororalità e sulla dinamica dei legami umani, estendendo la sua classica indagine generazionale lungo un doppio binario temporale che mette in specchio il 2025 e la Belle Époque del 1895. Il regista di L'appartamento spagnolo e il co-sceneggiatore Santiago Amigorena costruiscono una struttura a vasi comunicanti dove il montaggio cerca un dialogo costante tra le due epoche. L'idea di fondo, quasi un contrappunto teorico sul senso della visione, mette a confronto la superficialità moderna del digitale e dei social media con l'incanto materico dei primi esperimenti fotografici e della pittura impressionista.

Se l'impianto narrativo affascina sulla carta, l'architettura del film rivela una messa in scena a tratti incerta, in cui i raccordi tra i tempi appaiono spinti da un'intenzione puramente geometrica piuttosto che da una reale necessità drammaturgica. Nei passaggi tra il presente e il passato, le soluzioni visive oscillano tra felici intuizioni di sovrapposizione e cadute in un didascalismo quasi scolastico. È il caso delle ricostruzioni della Parigi fin de siècle, dove l'uso del green screen e della computer grafica tradisce una fattura digitale patinata e bidimensionale, finendo per contraddire la stessa poeticità dell'imperfezione artigianale a cui l'opera vorrebbe rendete omaggio.

L'operazione ritrova fiato ed eleganza nel racconto d'epoca dedicato ad Adèle, grazie alla presenza luminosa di Suzanne Lindon e a una tessitura citazionista che attinge a piene mani dall'iconografia di Renoir, Monet e dai primi fotogrammi dei fratelli Lumière. Più che la pittura in sé, è il cinema stesso a farsi materia primordiale, celebrato come l'arte capace di rendere mobili le tele immobilizzate dal tempo. La dialettica fra l'istantanea fotografica e la tela dipinta diventa il pretesto per interrogarsi sulla riproducibilità dell'arte, offrendo spunti suggestivi anche se non sempre sviluppati con la dovuta profondità teorica.

Il cast, arricchito dai tempi comici di Vincent Macaigne e da un cameo di grande intensità di Olivier Gourmet, sostiene il ritmo di una commedia umana garbata, impreziosita da scelte musicali spiazzanti e contemporanee come l'inserimento dei brani di Aphex Twin a scandire le sequenze. Cédric Klapisch firma così una riflessione affascinante sull'eredità e sulla continuità del visivo, un'opera imperfetta e forse troppo amabile nelle sue risoluzioni narrative, ma capace di regalare sprazzi di autentica grazia cinematografica.

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