Honey don't

Secondo noi:

A Bakersfield, la detective privata Honey O'Donahue indaga sul presunto incidente d'auto in cui ha perso la vita una sua potenziale cliente. I sospetti la conducono rapidamente al Tempio delle Quattro Vie, una setta guidata dal reverendo Drew Devlin, un predicatore carismatico, reazionario e dedito al sesso e al traffico di droga. Tra poliziotti inetti, una relazione bollente con l'archivista della polizia MG Falcone e minacce di ogni tipo, Honey deve ricomporre i pezzi di un puzzle sempre più grottesco e violento.

Redazione iFellini24 luglio 20260 visualizzazioni
Honey don't

Honey don't (2025) USA di Ethan Coen

A Bakersfield, la detective privata Honey O'Donahue indaga sul presunto incidente d'auto in cui ha perso la vita una sua potenziale cliente. I sospetti la conducono rapidamente al Tempio delle Quattro Vie, una setta guidata dal reverendo Drew Devlin, un predicatore carismatico, reazionario e dedito al sesso e al traffico di droga. Tra poliziotti inetti, una relazione bollente con l'archivista della polizia MG Falcone e minacce di ogni tipo, Honey deve ricomporre i pezzi di un puzzle sempre più grottesco e violento.

L'emancipazione artistica di Ethan Coen dal fratello Joel continua a muoversi nei territori della provocazione pura, trasformando il cinema di genere in un'arena anarchica e volutamente imperfetta. In Honey Don't! la struttura narrativa del noir classico viene programmaticamente smontata per far spazio a un camp esasperato, in cui l'intreccio investigativo diventa un semplice pretesto per orchestrare una sarabanda di caratteristi e situazioni al limite dello slapstick sardonico. Più che al rigore geometrico dei capolavori firmati in coppia, Ethan guarda a una tridimensionalità da pulp tascabile d'altri tempi, dove le pagine strappate e i buchi di trama non sono errori di battitura ma scelte stilistiche volte ad accentuare il caos del mondo raccontato.

Margaret Qualley abita il quadro con una fisicità sfrontata che omaggia ed eviscera la figura del hard-boiled detective alla Philip Marlowe, ribaltandone la dinamica di genere e affiancandosi a un’esilarante versione caricaturale del villain reazionario offerta da Chris Evans. Le citazioni non si fermano al neo-noir classico come Il lungo addio di Robert Altman o alle derive grottesche del Tarantino prima maniera, ma dialogano costantemente con l'eredità dello stesso universo coeniano; le atmosfere pulviscolari e la fauna di svitati evocano inevitabilmente Il grande Lebowski, sebbene qui la ripetizione ipnotica ceda il passo a un montaggio frammentato e privo di una vera catarsi.

L'operazione acquista un peso specifico sul piano contenutistico. La componente politica non si nasconde dietro metafore sottili, ma esplode nell'iconografia esplicita, come nello scontro ideologico incarnato dai gadget reazionari coperti da slogan femministi. Il sesso e la violenza, girati con una ruvidezza viscerale che rifiuta qualsiasi edulcorazione patinata, abbandonano il terreno della parodia per farsi atto di pura resistenza B-movie. È un cinema che sceglie scientemente di non essere per tutti, preferendo il fascino imperfetto dell'eccesso alla rassicurante compostezza dell'opera d'autore.

Condividi:

Commenti

I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.

  • Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!