Heart of the beast

Secondo noi:

James Belmont, ex soldato d'élite tormentato dai fantasmi del Medio Oriente, cerca un isolamento curativo nei recessi più impervi dell'Alaska a bordo del suo Cessna. Al suo fianco c'è Odin, pastore tedesco che porta impressa nella carne la medesima mutilazione bellica del padrone. Quando il velivolo precipita, la natura incontaminata si trasforma in una spietata trappola dove ogni passo costa fatica e sangue. Tra ferite fisiche, rapide furiose e predatori in agguato, l'uomo e l'animale dovranno fare affidamento esclusivo sul loro legame per tentare di raggiungere l'unica strada verso la salvezza.

Redazione iFellini27 ottobre 20260 visualizzazioni
Heart of the beast

Heart of the beast (2026) USA di David Ayer

David Ayer accantona temporaneamente il cameratismo urbano a base di asfalto e testosterone per trasporre la sua consueta poetica della fratellanza d'armi su un registro inedito, sostituendo al commilitone ferito un cane reduce e traumatizzato. La materia di partenza, ripescata da una vecchia sceneggiatura di Cameron Alexander rimasta a lungo nel limbo della Black List, soffre tuttavia di una linearità quasi scolastica: siamo dalle parti di un canovaccio avventuroso alla Jack London aggiornato all'estetica del cinema di sopravvivenza contemporaneo, dove la progressione drammatica accumula pericoli da manuale e l'immancabile scontro con la fauna locale.

Se l'intreccio si rivela fin troppo dignitoso ma privo di scarti inventivi, l'interesse dell'operazione risiede nella tenuta visiva. Ayer mette da parte il montaggio frammentato e isterico che aveva zavorrato molte sue opere recenti per sposare una dilatazione spaziale che asseconda la grandiosità dei paesaggi, sfruttando gli orizzonti della Nuova Zelanda per trasfigurare l'Alaska in un territorio insieme maestoso e opprimente.

Questa scansione ritmica più posata valorizza la prossemica tra i due protagonisti: Brad Pitt, che in una sequenza fluviale cita con garbata autoironia l'archetipo redfordiano di In mezzo scorre il fiume, recita costantemente per sottrazione, mettendosi al servizio dell'espressività fisica del cane Uber.

Le inquadrature possiedono un vigore visivo suggestivo e avvolgente, capace di restituire la durezza elementare degli elementi, incrinato soltanto quando un bestiario digitale poco felice irrompe sulla scena togliendo peso e gravità alla contesa. Oltre la convenzionalità del racconto, resta impresso il modo in cui la cinepresa pedina quel muto rispecchiamento di memorie ferite: uno sguardo canino capace di scrutare il crepuscolo interiore dell'uomo prima che il freddo cancelli le tracce, affidando alla vastità del bosco il compito di ricucire, pian piano, il silenzio del dolore.

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