Harry Haft - Storia di un sopravvissuto
Tratto dalla storia vera di Harry Haft, il film racconta la vicenda di un pugile ebreo polacco che, sopravvissuto all'incubo di Auschwitz combattendo sul ring contro altri prigionieri per il sadico diletto delle SS, cerca di rifarsi una vita nell'America del secondo dopoguerra. Tormentato dal senso di colpa e dai fantasmi del passato, Harry sale di nuovo sul quadrato, arrivando a sfidare persino il celebre Rocky Marciano. Non cerca la gloria sportiva, ma un'ulteriore cassa di risonanza mediatica nella disperata speranza che il suo nome sui giornali possa guidare fino a lui Leah, l'amore della sua vita perduto durante la Shoah.

Harry Haft - Storia di un sopravvissuto (2021) USA di Barry Levinson
L'opera di Barry Levinson sceglie di addentrarsi nella materia bruciante del trauma storico imboccando una strada che preferisce la linearità narrativa all'invenzione spiazzante. È una scelta di campo precisa, che da un lato garantisce una fruizione fluida e un racconto senza sbavature, ma dall'altro finisce per smussare gli spigoli più complessi della vicenda, normalizzando il dramma entro un solco fin troppo rassicurante.
La struttura dell'opera si appoggia su un gioco di contrasti temporali dove la memoria irrompe nel presente tramite inserti improvvisi, lasciando che siano gli stimoli sensoriali dell'America anni Cinquanta a riaprire le ferite mai rimarginate del campo di concentramento. Il racconto si sviluppa con un passo cadenzato che concede spazio alle interazioni corali e alle parentesi dialettiche, soffermandosi sulla varia umanità che gravita attorno al protagonista per tratteggiare un ritratto corale sull'emarginazione.
Levinson accompagna la narrazione senza mai forzare la mano sul piano della sperimentazione scenica o del linguaggio. A sostenere l'intera impalcatura è l'interpretazione di Ben Foster, capace di abitare il personaggio con una dedizione fisica e una notevole misura espressiva. L'attore lavora sul corpo e sul gesto, restituendo senza ostentazione tutta la pesantezza della colpa e la fatica di restare al mondo, trasformando la propria presenza sullo schermo nel vero motore emotivo dell'opera. Ne emerge un lavoro ordinato e ben confezionato, che affronta nodi etici universali con grande compostezza, pur senza spingersi mai oltre i confini di un impianto figurativo e concettuale fondamentalmente tradizionale.
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