Gli spietati

Secondo noi:

Nel 1880, nella cittadina di Big Whiskey, la sfigurazione di una prostituta da parte di due bifolchi spinge le lavoratrici del bordello a offrire una taglia per la loro eliminazione. Attirato dai soldi per salvare la propria fattoria piagata dalla peste suina, l'ormai invecchiato e redento ex assassino William Munny decide di imbracciare nuovamente le armi. Insieme al vecchio compagno Ned Logan e al giovane e miope Schofield Kid, Munny si mette in viaggio verso il Wyoming. Troverà sulla sua strada Little Bill Daggett, un sadico sheriff deciso a mantenere l'ordine con la violenza e con un'idea assolutamente personale della legge. Il conflitto inevitabile costringerà Munny a fare i conti con i fantasmi di un passato mai davvero sepolto.

Redazione iFellini11 agosto 20260 visualizzazioni
Gli spietati

Gli spietati (1992) USA di Clint Eastwood

Con questo capolavoro del 1992, Clint Eastwood firma l'atto conclusivo del genere che lo ha reso un'icona, imbastendo un'orazione funebre che si muove lungo coordinate teoriche di altissima precisione. L'operazione condotta sulla sceneggiatura di David Webb Peoples non è un semplice revisionismo stilistico, ma una vera e propria anatomia della demistificazione. Il mito del West, edificato sul romanticismo cavalleresco della grande frontiera fordiana, viene sistematicamente smantellato per rivelare la matrice sordida e sanguinaria su cui si è fondata una nazione. Non vi è gloria nelle sparatorie di questo film, né eleganza nel gesto atletico del pistolero. La morte è un processo lungo, rumoroso, impacciato e doloroso, che stride con la rappresentazione epica tradizionale.

Particolarmente illuminante è il dispositivo metacinematografico incarnato dal personaggio di English Bob e dal suo biografo W. W. Beauchamp. Attraverso questa figura, Eastwood mostra come la storiografia popolare e la letteratura da due soldi abbiano artificialmente trasformato dei massacri da osteria o degli assassinii alle spalle in leggendarie gesta di eroismo. La demitizzazione passa anche attraverso la deformazione della prestazione fisica: il protagonista non riesce più a salire a cavallo, sbaglia la mira a distanza ravvicinata, e i supposti eroi rivelano tare visive o cedimenti morali. Il leggendario Pistolero è ridotto a un relitto umano, un cacciatore di taglie improvvisato che si muove in un paesaggio dove persino le pistole si inceppano e le esecuzioni avvengono mentre la vittima si trova in una latrina, priva di qualsiasi dignità scenica.

Il discorso citazionista e dialogico di Eastwood si estende al suo stesso passato artistico, ponendo quest'opera in un dialogo serrato sia con il cinema teorico di Sergio Leone sia con la concretezza morale di Don Siegel, ai quali la pellicola è non a caso dedicata. Se in Leone la violenza era un'opera d'arte dilatata e rituale, e in Siegel un'urgenza etica e spietata, qui diventa una maledizione esistenziale indissolubile. Il personaggio di William Munny rielabora l'Uomo senza nome e l'avventuriero romantico per trasformarli in un fantasma tormentato. L'etica della frontiera viene riscritta ponendo al centro categorie storicamente marginalizzate dal genere: le prostitute, tradizionali comparse decorative, diventano qui i veri motori narrativi della vendetta, rivelando la natura puramente commerciale e contrattuale dei rapporti umani del tempo.

Esteticamente, il film lavora sul contrasto drammatico tra gli spazi interni e quelli esterni per evidenziare la spaccatura etica dei suoi protagonisti. Le inquadrature in campo lungo catturano una natura maestosa ma indifferente, mentre le sequenze al chiuso usano il controluce radente e tagli d'ombra profondissimi per oscurare i volti dei personaggi, trasformandoli in silhouette indistinte. Questo chiaroscuro morale raggiunge l'apice nelle sequenze sotto la pioggia battente, dove l'oscurità e gli elementi atmosferici soffocano ogni residuo di speranza civilizzatrice. La cinepresa indugia sui dettagli delle superfici, sulla fango e sulla materia, rifiutando la pulizia formale dei classici per restituire la gravità fisica di ogni singolo sparo.

L'elemento etico della vicenda culmina nel tragico confronto con la figura di Little Bill Daggett, uno sceriffo che incarna la tirannia del potere sotto la veste dell'ordine istituzionale. Il dialogo finale sulla giustizia e sul meritare la morte racchiude l'intera parabola concettuale del film: in un mondo privo di Provvidenza, il destino non risponde a criteri di merito o di bontà, ma solo alla pura e cieca casualità della violenza. Eastwood chiude così la sua personale parentesi con il western, consegnando alla storia del cinema un testamento cupo, teoricamente impeccabile e dolorosamente sincero su ciò che siamo stati e sul prezzo della nostra memoria storica.

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