Gli occhi degli altri

Secondo noi:

In un'isola privata immersa negli anni Sessanta, l'aristocratico Lelio coinvolge la moglie Elena in un vortice di trasgressioni erotiche, voyeurismo e voyeuristiche documentazioni visive a uso privato. Il gioco erotico e manipolatorio iniziale muta progressivamente in una gabbia oppressiva quando la donna scivola nella depressione. L'arrivo di un nuovo ospite, Cesare, farà esplodere le tensioni durante una festa di Capodanno, trasformando la ricerca del piacere in una trappola tragica e senza via d'uscita.

Redazione iFellini8 agosto 20260 visualizzazioni
Gli occhi degli altri

Gli occhi degli altri (2025) ITA di Andrea De Sica

Con il suo terzo lungo, Andrea De Sica firma un'opera ambiziosa che sembra muoversi inizialmente lungo i binari di un'elegante spy-story d'epoca per poi deviare con decisione verso territori decisamente più cupi e disturbanti. Liberamente ispirato alla tragica vicenda di cronaca Casati Stampa, il film rifiuta le forme piatte del biopic tradizionale per abbracciare senza riserve la grammatica del thriller psicologico con forti venature d'ambiente quasi orrorifiche. La narrazione procede per ellissi e frammentazioni temporali, costruendo un dispositivo narrativo in cui la composizione del quadro diventa una prosecuzione teorica del concetto stesso di controllo. De Sica sfrutta la verticalità dei luoghi, gli elementi naturali isolani e le architetture per impostare un serrato confronto tra chi sta sopra e chi viene dominato, rifacendosi con chiarezza a una certa tradizione del cinema italiano d'autore.

L'operazione nostalgia condotta sul decennio Sessanta travalica la pura ricostruzione d'epoca per farsi discorso sociologico e politico sulle derive del potere interpersonale. Le citazioni non sono mai meri orpelli accademici, ma vettori concettuali. La stessa festa in maschera dall'estetica fantascientifica diventa una messa in scena derisoria, una rappresentazione quasi carnevalesca che trasforma il mutamento dei costumi in angoscia esistenziale.

Il vero nucleo tematico risiede nella natura mediale dello sguardo. Non si tratta semplicemente di raccontare il sesso come moneta di scambio o esercizio di forza, ma di interrogarsi sulla natura della sua registrazione grafica e della fruizione a distanza, rintracciando con un'intuizione quasi profetica i germi storici della tossicità relazionale contemporanea e del revenge porn. Il registro visivo lavora costantemente sul raddoppiamento: le inquadrature attraverso le sbarre delle finestre, le porte socchiuse, gli specchi e gli obiettivi delle cineprese portatili costringono lo spettatore in una posizione scopica complessa e moralmente ambigua. Elena passa dall'essere soggetto partecipe a puro corpo d'inquadratura, espropriato della propria soggettività dal quadro rigido del consorte.

Le prove recitative di Jasmine Trinca e Filippo Timi sostengono la struttura: il corpo dell'attrice, tenuto costantemente esposto alla luce anche nella fase di disgregazione psichica, contrasta visivamente con l'ombra costante in cui si muove la figura del marchese. La progressione drammatica conduce la pellicola ben oltre il ritratto d'epoca, trasformandola in una riflessione affascinante e spietata sul confine sottile che separa la liberazione dei costumi dalla prigionia dell'immagine.

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