Ginger e Fred
Nostalgici del loro passato artistico, Amelia e Pippo, un tempo celebri con lo pseudonimo di Ginger e Fred per le loro imitazioni dei due divi di Hollywood, si ritrovano dopo quasi trent'anni di separazione. L'occasione è la partecipazione a uno speciale show televisivo natalizio, contenitore straripante di esibizioni bizzarre e grottesche. Immersi in un circo mediatico fatto di salotti sfavillanti, sosia surreali e volgarità commerciale, i due anziani ballerini tentano di rievocare l'antica magia del loro tip-tap. Fra blackout e caos produttivo, l'effimera riapparizione sul palcoscenico diventa la loro amara, ma poetica, resa dei conti con il tempo che passa.

Ginger e Fred (1986) ITA di Federico Fellini
Non occorre attardarsi sui fasti della golden age hollywoodiana evocata dal titolo per cogliere la carica iconoclasta e al contempo elegiaca di quest'opera del 1986. Il film si muove sul confine sottile tra l'incubo distopico e la rêverie nostalgica, configurandosi come una sofferta riappropriazione dello spazio poetico contro l'invasione della televisione commerciale. L'incipit stesso, con la cinepresa che cattura l'arrivo alla stazione di Roma della protagonista, si configura come una palese e consapevole citazione de L'Arrivée d'un train en gare de La Ciotat dei fratelli Lumière: un riavvolgimento del nastro storico che riporta l'atto cinematografico alle sue origini primordiali per opporlo alla derealizzazione della nuova cultura di massa. Il rimando è anche all'approccio a Roma dei coniugi Cavalli ne Lo sceicco bianco.
La maestria con cui la sequenza viene stipata di elementi visivi e sonori restituisce con efficacia la claustrofobia di un mondo saturato dagli schermi. Quegli stessi monitor, piazzati ovunque come sentinelle di una distopia luccicante, trasformano lo spazio della finzione in un eterno palinsesto che fagocita l'umano. Fellini attinge al suo iconico immaginario da rarità circense per assemblare una corte di miracoli moderna: nani, sacerdoti in levitazione e sosia di mezza cartuccia non sono più qui l'espressione di una memoria inconscia o di una trasfigurazione onirica, bensì il prodotto seriale e coatto dell'intrattenimento di flusso. Il barocchismo e le esuberanze cromatiche tipiche del suo cinema, un tempo portali verso la poesia profonda dell'anima, vengono qui scientemente deformati per mostrare come la TV dei salotti abbia plagiato il codice estetico, impoverendolo di ogni carica simbolica.
In questo scenario, la vera intuizione sta nel contrasto drammaturgico offerto dai due interpreti simbolo della cinematografia del regista. Per la prima e unica volta insieme sul set, Giulietta Masina e Marcello Mastroianni portano sui propri corpi e sui propri volti la fragilità dell'arte di fronte al cinismo del consumo. Il posizionamento dei personaggi nello spazio scenico accentua la loro condizione di corpi estranei: la Masina si muove sperduta fra la calca con una dignità quasi infantile, mentre Mastroianni oppone una disillusa ironia alla tirannia dell'audience.
L'autocitazione si fa evidente nel momento in cui l'intreccio dialoga con La tentazione del dottor Antonio in Boccaccio '70: la tentazione della sirena pubblicitaria si è ormai concretizzata ed è divenuta prassi quotidiana, lasciando l'uomo moderno in balia di un falso magico. Eppure, la sequenza del balletto spezzata dal blackout elettrico riscatta l'intera operazione. Quando il buio cala sugli studi televisivi, la macchina da presa arresta la sua frenesia per soffermarsi sull'essenziale, e il ritmo del tip-tap, seppur incerto e stanco, restituisce la purezza dell'illusione cinematografica. È l'epifania di un cinema che non ha bisogno di artifici per lasciare un'impronta indelebile, un sussurro d'amore verso quell'arte della meraviglia che continua a danzare nell'ombra anche quando i riflettori del circo mediatico si sono spenti per sempre.
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