Fuze - Conto alla rovescia
Nel cuore di Londra il ritrovamento durante uno scavo di un residuo bellico inesploso della Seconda guerra mondiale fa scattare un imponente piano di sicurezza guidato dall'artificiere Will Tranter e dalla polizia metropolitana. L'evacuazione a tappeto trasforma l'isolato in un deserto d'asfalto, offrendo l'occasione d'oro a una batteria di malviventi per trapanare dall'esterno le pareti di un caveau bancario blindato. Mentre il conto alla rovescia per disinnescare l'ordigno scorre in superficie, sottoterra avanza il colpo grosso, in un incastro claustrofobico in cui i confini tra dovere istituzionale e calcolo criminale sono destinati a saltare.

Fuze - Conto alla rovescia (2025) USA di David Mackenzie
David Mackenzie torna al cinema di genere con piglio asciutto e nervoso, imbastendo una partitura corale dove la meccanica della rapina flirta con la tradizione nobile del cinema d'assedio e del procedural. Se il canovaccio richiama alla memoria il cinema di Jules Dassin e del suo archetipico Rififi, il cineasta scozzese evita la nostalgia cinefila calibrando il respiro del racconto sul montaggio alternato.
La moltiplicazione degli schermi di controllo e il rimpallo continuo tra il cratere a cielo aperto, le viscere metalliche del caveau e la quiete ingannevole di un vialetto borghese a Hyde Park non fungono da mero sfoggio di dinamismo narrativo, ma costruiscono una drammaturgia dell'attesa in cui l'architettura urbana diventa la vera gabbia dei personaggi.
L'idea di trasformare un'evacuazione civile in complice involontaria del crimine possiede un'efficacia geometrica innegabile, eppure il film tradisce ben presto la sua vocazione più autentica per scivolare nelle secche di un marchingegno fin troppo programmatico.
Là dove in Hell or High Water le ferite del paesaggio dialogavano con il fallimento morale dei personaggi, qui la scrittura di Ben Hopkins finisce per accumulare false piste e deviazioni narrative, come le insistite e presto stucchevoli divagazioni verso Hyde Park, con l'ansia tipica di chi vuole stupire a ogni costo anziché scavare nei caratteri. L'apparato visivo cerca di fare la voce grossa attraverso un montaggio alternato che vorrebbe farsi ritmo sincopato ma che finisce per frammentare l'azione in compartimenti stagni, togliendo respiro alla spazialità del vuoto urbano che pure avrebbe meritato un rigore formale più radicale.
Anche il lavoro sulle focali corte e sui raccordi visivi tradisce un compiacimento da manuale che smorza la sensazione di pericolo imminente, riducendo l'ordigno bellico a un banale timer da drammaturgia televisiva. Il limite più evidente rimane però un impianto concettuale regressivo, dove l'ambiguità morale scivola nell'autocompiacimento machista: i personaggi femminili, a partire dalla sovrintendente interpretata da Gugu Mbatha-Raw, vengono progressivamente depotenziati e declassati a meri elementi di distrazione scenica per esaltare l'infallibilità tattica di Aaron Taylor-Johnson e Theo James, impegnati a recitare sopra le righe il solito repertorio di canaglie imperturbabili.
Resta il rammarico per una messa in scena che confonde la brillantezza con l'artificio, lasciando che la polvere sollevata dal passato si disperda nell'aria senza mai posarsi davvero sul cuore degli uomini, ombre di latta che scivolano via lungo l'asfalto prima che la notte torni a inghiottire le finzioni della città.
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