E la nave va
Nel luglio del 1914, il piroscafo di lusso Gloria N. salpa dal porto di Napoli alla volta dell'isola di Erimo con un compito tanto solenne quanto singolare: disperdere in mare le ceneri della celebre cantatrice Edmea Tetua. A bordo si ritrova la crème della società dell'epoca, tra aristocratici decadenti, cantanti lirici viziati e un bizzarro duca, tutti raccontati dal giornalista Orlando che fa da guida allo spettatore. Il viaggio prende una piega inaspettata quando la nave raccoglie un gruppo di profughi serbi in fuga dopo l'attentato di Sarajevo, mentre all'orizzonte appare la minacciosa sagoma di una corazzata austro-ungarica.

E la nave va (1983) ITA di Federico Fellini
In E la nave va, Federico Fellini orchestra una vera e propria liturgia della finzione, un'elegia crepuscolare che riflette sul tramonto di un’intera epoca e, al contempo, sulla sostanza immateriale e illusoria del linguaggio cinematografico. L’opera si apre con un incipit memorabile che imita il cinema muto delle origini, virato in un seppia malinconico e accompagnato dal sordo sferragliare del proiettore, per poi scivolare con incantevole naturalezza nel colore e nel sonoro, dichiarando fin dai primi quadri la natura apertamente metacinematografica del racconto. Il Gloria N. non è una semplice imbarcazione, ma un teatro galleggiante e claustrofobico in cui un'aristocrazia mummificata cerca di preservare i propri rituali decadenti di fronte all'imminente catastrofe della Prima Guerra Mondiale, sospesa in un tempo indistinto che precede il precipitare della storia.
Il discorso di Fellini e del cosceneggiatore Tonino Guerra si fonda sull'esibizione sfacciata dell'artificio, dove il mare di plastica lucida, i tramonti palesemente dipinti e le luci innaturali evocate nei teatri di posa di Cinecittà non cercano mai di ingannare lo sguardo dell'appassionato, ma celebrano la potenza poetica dell'inganno visivo. Questa finzione svelata trova il suo culmine nel celebre e straniante movimento di macchina finale, quando la cinepresa indietreggia fino a mostrare la troupe, i riflettori e i tiranti della scenografia, ricongiungendo la meraviglia della visione alla sua materia prima meccanica. In questo universo dominato dal superfluo, persino la musica lirica perde la sua funzione sacra per farsi mero esercizio d'egocentrismo, come dimostra la surreale sfida vocale tra i cantanti nella sala macchine davanti ai fuochisti, o il grottesco concerto di bicchieri condotto nella cucina della nave.
L'impalcatura citazionista del film attinge a piene mani dalla grande tradizione della prosa e della pittura europea, rievocando l'antica allégorie della nave dei folli per aggiornarla alle inquietudini del Novecento e anticipando soluzioni visive che avrebbero poi nutrito l'immaginario di registi contemporanei, da James Cameron con il suo Titanic fino all'estetica rigorosa e fiabesca di Wes Anderson. Il contrasto tra la rigidità esangue della classe dominante e la vitalità primordiale dei profughi serbi, che irrompono nella nave portando con sé la freschezza di una musica popolare autentica, segna la definitiva frattura tra un mondo oramai incapace di rinnovarsi e la vita vera che reclama il suo spazio. Nel finale, affidato al racconto del giornalista Orlando che sopravvive al naufragio insieme a un improbabile rinoceronte nella stiva, il film consegna il suo enigma più affascinante, lasciando che questo gigante flegmatico e surreale diventi il simbolo di un'immaginazione irriducibile, forse l'unica forza capace di nutrire lo spirito umano quando le strutture del reale e le illusioni della storia crollano definitivamente nell'abisso.
Nel movimento conclusivo del film emergono con forza dirompente le direttrici tematiche più intime del Maestro riminese. La nave si configura come il consueto teatro dei ricordi e delle ossessioni felliniane, dove il tramonto di un'epoca si fonde con la nostalgia per un arte che teme di perdere il proprio contatto con il sacro. LInfine, l'ingombrante presenza del rinoceronte malato nella stiva si erge a simbolo supremo dell'inconscio, dell'irrazionale e dell'immaginazione pura. Quando il mondo conosciuto affonda tra i flutti del crollo storico, il giornalista che sopravvive nella scialuppa insieme all'animale trae nutrimento dal suo latte: è la cifra poetica di un cinema che individua nel sogno, nel grottesco e nel potere salvifico della fantasia l'unica vera ancora di salvezza di fronte all'avanzare dell'oblio.
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