Dirty angels - Missione sotto copertura
Quando una cellula terroristica rapisce un gruppo di studentesse di un liceo internazionale in Afghanistan, l'esercito americano decide di inviare una squadra speciale per un'operazione di salvataggio ad alto rischio. A guidare la missione c'è Jake, una soldatessa dal passato turbolento interpretata da Eva Green, affiancata da un commando di sole donne altamente specializzate tra cui figurano un'esperta di esplosivi, un'hacker e una tiratrice di precisione. Arrivate sul campo, le mercenarie dovranno farsi strada tra l'ostilità del territorio e le tensioni tra fazioni rivali locale, muovendosi in incognito tra burqa, sparatorie cruente e sottili giochi di alleanze per portare a termine la missione e regolare vecchi conti in sospeso.

Dirty angels - Missione sotto copertura (2024) USA di Martin Campbell
Serviva davvero rispolverare i cliché più consumati dell'action anni Novanta per imbastire un racconto di emancipazione al testosterone? Dirty Angels segna il ritorno dietro la macchina da presa di Martin Campbell, ma chiunque si aspetti la tensione tesa e la raffinata gestione degli spazi vista nel suo Casino Royale rischia di rimanere profondamente disilluso. La sensazione dominante è quella di trovarsi di fronte a un'opera fuori tempo massimo: una narrazione che tenta di vendersi come una dichiarazione politica sull'oppressione patriarcale e sul fondamentalismo religioso, ma che finisce per soffocare qualsiasi ambizione contenutistica sotto una montagna di sventagliate di mitra, mutilazioni e battute ad alzo zero da 'action hero' della vecchia guardia.
A livello teorico, il cortocircuito tra corpo femminile, velo e armatura bellica poteva offrire spunti di riflessione non banali sui concetti di visibilità e resistenza nel XXI secolo. Il film sceglie invece la strada più comoda del rozzo b-movie, dove persino le citazioni sembrano involontarie: il personaggio di Eva Green è un'icona vuota che si muove in un'architettura visiva priva di respiro. La regia di Campbell rinuncia alla fluidità del montaggio dinamico per adagiarsi su una messinscena statica e piana, dove i corpi degli attori vengono disposti all'interno del quadro come in una foto di classe, tagliando le gambe a qualsiasi ritmo drammatico o concitazione bellica.
L'aspetto più stridente risiede tuttavia nello scarto tonale della scrittura, firmata da Alissa Sullivan Haggis e Jonas McCord, che passa da squarci di violenza quasi splatter a momenti di commedia involontaria gestiti da comprimari Macchietta. Nemmeno il tentativo di arricchire il quadro con una spolverata di realismo linguistico riesce a riscattare dialoghi legnosi e privi di mordente. Dirty Angels finisce così per trasformarsi in una gigantesca occasione sprecata: una parabola sulla mostruosità della guerra e sulla forza della solidarietà femminile che cancella ogni potenziale complessità ideologica per ridursi a un rumore di fondo tanto rumoroso quanto innocuo per le nostre coscienze cinofile.
Commenti
I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.
- Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!
