Chaos walking
In un futuro imprecisato, la colonia umana insediata sul pianeta Prentisstown è abitata da soli uomini, orfani delle donne sterminate dalle creature indigene e condannati a condividere ogni proprio pensiero attraverso il Rumore, un'infezione invisibile che si traduce in un alone colorato attorno alla testa. La routine del giovane Todd Hewitt viene stravolta dal fortuito schianto della navicella di Viola, unica sopravvissuta di una nuova missione di perlustrazione. Deciso a proteggerla dalle mire del tirannico sindaco Prentiss, il ragazzo intraprende con lei una fuga disperata attraverso una natura incontaminata e ostile per permetterle di inviare un segnale alla nave madre.

Chaos walking (2021) USA di Doug Liman
Tratto dal primo capitolo della trilogia fantastica di Patrick Ness, questo strano oggetto cinematografico diretto da Doug Liman tenta la quadratura del cerchio unendo il dispositivo concettuale della fantascienza distopica con la materia grezza e primordiale del western classico.
L'idea teorica che sorregge l'intera impalcatura narrativa possiede una sua innegabile e affascinante audacia: trasformare la psiche maschile in materia tangibile, una sinfonia cromatica che avvolge le teste dei protagonisti come una corona di nebbia cangiante. Questa resa grafica del pensiero, che attinge a piene mani dall'immaginario dei fumetti e trova parentela visiva con l'estetica delle infezioni aeree, crea una dinamica spaziale e sonora del tutto inconsueta, supportata da un montaggio audio stratificato che costringe lo spettatore a reimparare il codice linguistico della visione. Liman, veterano del cinema d'azione dinamico e cinetico, sfrutta la frammentazione del discorso per mettere a nudo le debolezze di un'ipermascolinità tossica e ritualizzata, incarnata dal carisma ambiguo di Mads Mikkelsen, impeccabile figura di despota avvolto in un cappotto di pelliccia che sembra uscito da un tardo e decadente film di Marlon Brando.
Il vero limite del lavoro risiede purtroppo nella palese e frustrante operazione di smussamento stilistico intrapresa in sede di montaggio per rientrare nei canoni del prodotto commerciale per giovani adulti. Nel tentativo di rincorrere il ritmo indiavolato dell'inseguimento e della sopravvivenza nella giungla, la sceneggiatura finisce per sacrificare la profondità del mondo finzionale, lasciando sullo sfondo suggestioni teoriche di prim'ordine: il trauma mai elaborato del genocidio nativo, la metafora biblica dell'innocenza perduta attraverso l'assaggio del frutto della conoscenza e il contrasto drammatico tra l'estrema trasparenza coatta dell'uomo e il silenzioso, impenetrabile mistero della figura femminile.
Tom Holland e Daisy Ridley infondono genuinità ai loro rispettivi archetipi, pur muovendosi entro i binari di un'affettività quasi platonica che raggela sul nascere ogni reale tensione drammatica. Ciò che resta è una parabola sul peso della trasparenza e sull'impossibilità di celare il proprio abisso interiore, una corsa contro il tempo che scorre sulla superficie delle cose senza trovare il coraggio di affondare le mani nella propria materia oscura, lasciandoci il ricordo di un'eco di pensieri svaniti nel vento come una promessa tradita dal proprio stesso rumore.
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