Black phone 2

Secondo noi:

Nel 1982, a quattro anni dall'incubo del Captor, il diciassettenne Finney tenta di soffocare il trauma della sopravvivenza nell'aggressività e nella marijuana, finché lo squillo imperioso di telefoni staccati non lo costringe a fare i conti con un mai sopito passato. La vera scintilla narrativa scatta tuttavia nelle visioni oniriche della sorella Gwen, dove immagini angoscianti di bambini intrappolati sotto i ghiacci la guidano, insieme al fratello e al fidanzato Ernesto, verso Alpine Lake, un campeggio isolato durante una tempesta di neve. Lì, tra i segreti di un passato familiare legato alla madre e l'ombra ancora tangibile del loro aguzzino, i ragazzi dovranno comprendere se l'orrore sia davvero finito o se la violenza stia reclamando un nuovo prezzo.

Redazione iFellini25 agosto 20260 visualizzazioni
Black phone 2

Black phone 2 (2025) USA di Scott Derrickson

Affrontare il seguito di un'opera che trovava nella rigida claustrofobia spaziale la propria ragione d'essere è un'operazione che espone Scott Derrickson a un netto cambio di passo stilistico. Rinunciando alla linearità del primo capitolo, l'autore sceglie di espandere l'universo narrativo muovendosi lungo una traiettoria che attinge a piene mani dall'immaginario dei franchise bellici e slasher degli anni Ottanta. L'operazione non si limita alla citazione di superficie, ma rielabora la struttura mitologica del cinema di Wes Craven, trasformando El Captor in una presenza ectoplasmatica che agisce attraverso le coordinate del sogno, sovrapponendosi all'eredità visiva e concettuale di Freddy Krueger.

La gestione del formato video gioca un ruolo chiave nella costruzione di questa grammatica della menzogna e dell'incubo. L'impiego di una tessitura visiva sgranata, che richiama la matericità granulosa del super 8 e del nastro magnetico deteriorato dei bootleg dell'epoca, permette al regista di tradurre il mondo interiore di Gwen in un archivio di memoria maledetta, dove il trauma familiare e l'orrore fantastico si fondono senza soluzione di continuità. È un cinema che lavora per distorsioni ottiche e prospettive forzate: la cinepresa compie movimenti aerei e grandangolari attorno a spazi aperti e desolati, come nella sequenza della cabina telefonica isolata nella bufera, per restituire la sensazione paradoxale di un isolamento persino più soffocante della precedente prigionia sotterranea.

Il racconto non esita a rischiare, addentrandosi in derive dolorose che mettono in scena la corporeità mutilata dell'infanzia con una crudezza visiva rara nelle produzioni mainstream contemporanee. Tuttavia, questa notevole tenuta formale subisce una battuta d'arresto nella parte centrale, dove l'ambizione teorica cede il passo a una spiegazione didascalica delle regole del gioco. La necessità di esplicitare le connessioni del passato finisce per ingolfare il ritmo e spezzare quella pregnante "logica da incubo" che rappresenta la componente più affascinante del film.

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