Benvenuti in campagna

Secondo noi:

Soffocati dai ritmi di Roma, da un bilocale angusto e da un’intimità prosciugata, Gerry, precario dell’accademia, e la moglie Ilaria, vigilessa urbana, tentano la fuga verso la natura. Insieme al figlio adolescente Giulio, acquistano un casolare diroccato per convertirlo in un’azienda agricola moderna e autosufficiente. L’idealizzazione del ritorno alla terra crolla però rapidamente davanti a imprevisti burocratici, un’idraulica disastrosa e una campagna tutt'altro che pacifica. Tra vicini stravaganti e delusioni green, la famiglia scopre che cambiare codice postale non basta per risolvere le proprie fragilità interiori.

Redazione iFellini10 settembre 20260 visualizzazioni
Benvenuti in campagna

Benvenuti in campagna (2026) ITA di Giambattista Avellino

L'idea della fuga agreste come panacea per l'alienazione tardo-capitalista si trascina da sempre un retaggio concettuale nobile, oscillando tra le vertigini iniziatiche dell'addentrameno conradiano e il lirismo melanconico della vigilia leopardiana, dove l'illusione di un domani migliore supera la prova dei fatti. Giambattista Avellino imposta la materia cinematografica scoprendo le carte sin dal principio: un incipit a rottura della quarta parete in cui il protagonista guarda direttamente in macchina per preannunciare la rotta di collisione imminentemente vissuta dai suoi personaggi. Questo patto metanarrativo vorrebbe innescare un cortocircuito ironico, ma finisce per denudare precocemente le gracilità della scrittura. L'ambizione di mettere alla berlina la moda contemporanea della conversione green e del chilometro zero sfuma in una serie di bozzetti convenzionali, incapaci di scalfire la patina superficiale del fenomeno sociale.

La messa in scena palesa un impianto visivo di matrice prettamente televisiva. L'illuminazione piatta, la composizione statica delle inquadrature e un montaggio di raccordo senza sussulti tradiscono i trascorsi dell'autore nella sit-com di stampo classico. Manca la progressione comica basata sulla spazialità e sui tempi di reazione che avevano caratterizzato il connubio di Avellino con il duo Ficarra e Picone. La regia recinta il talento scenico di Maurizio Lastrico e Giulia Bevilacqua entro perimetri recitativi prevedibili, svuotando di mordente la dialettica di coppia. Lo stesso cast di supporto soffre questa contrazione drammaturgica: caratteristi di solida presenza come Giorgio Colangeli vengono ridotti a semplici macchiette, mentre la ruvidezza paesana incarnata da Andrea Pennacchi resta un'intuizione meramente accennata.

Anche la digressione sul romanzo di formazione giovanile abdica all'introspezione: la scappatella sentimentale del figlio Giulio scivola nella pura convenzione figurativa, risolta attraverso un uso del rallentatore sulla figura femminile che vorrebbe ammiccare alle sensibilità della commedia d'oltralpe senza possederne il passo emotivo. Restano isolate rare accensioni surreali che dimostrano quanto la pellicola avrebbe giovato di una maggiore sfrontatezza, come la parentesi notturna illuminata dai bagliori di un lanciarazzi o l'ironico contrappasso della neonata incapace di prendere sonno se non cullata dal sottofondo sinfonico del traffico cittadino. Piccoli dettagli sparsi che confermano la natura di un'opera consolatoria, orientata a compiacere il pubblico della prima serata piuttosto che a rischiare la via della satira graffiante.

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