Bellezza, addio
Dario Bellezza, figura tragica e dimenticata della letteratura italiana, viene raccontato nel documentario di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese attraverso testimonianze, preziosi archivi e i luoghi di una Roma notturna e perduta. Dalle benedizioni pasoliniane alla gogna mediatica dell'Aids, il film ricostruisce la parabola di un uomo lacerato dal bisogno d'amore e dalla tentazione dell'autodistruzione.

Bellezza, addio (2023) ITA di Massimiliano Palmese, Carmen Giardina
Con Bellezza, addio, Carmen Giardina e Massimiliano Palmese firmano un'opera che rifiuta la celebrazione agiografica per addentrarsi nelle pieghe d'ombra di un artista strutturalmente inattuale. La regia lavora sul materiale d'archivio non con intento enciclopedico, ma come se la materia visiva dell'epoca, tra pellicole sgranate e vecchi contributi televisivi, potesse restituire il corpo fisico di una Roma ormai scomparsa. Il tessuto narrativo procede attraverso una costruzione sintagmatica dove il repertorio dialoga con le testimonianze del presente, trovando una misura quasi cameristica e senza mai cedere all'illustrazione didascalica.
L'approccio dei due autori risente di una colta inclinazione al risarcimento storico che già animava il precedente Il caso Braibanti. Qui la macchina da presa indaga il dissidio interiore di Bellezza ponendolo al centro di una mappatura geografica e intellettuale: il passo svelato del documentario ritrova i fantasmi di Pasolini, Moravia e Elsa Morante non per semplice gusto aneddotico, ma per evocare la dissoluzione di un'intera temperie culturale. Il montaggio contrappone la Roma intima e caravaggesca degli anni Settanta al trauma collettivo di Castelporziano nel 1979, momento spartiacque in cui la contestazione cieca del pubblico sancì il collasso della funzione civile della poesia. I contrasti del registro musicale firmato da Pivio e Aldo De Scalzi sottolineano questa transizione verso il vuoto degli anni Ottanta, assecondando il declino del poeta fino al sequestro domestico e alla violazione mediatica della sua malattia.
Il film coglie con spietata lucidità la natura scissa di Bellezza, letterato che cercava la grazia e si puniva nell'anonimato delle stazioni, imprigionato in una disperata ricerca del sacro attraverso la carne. Più che la cronaca di una fine, il documentario diventa così la rappresentazione di un'assenza, il ritratto di un naufrago che ha contemplato il proprio abisso prima che le onde della storia lo inghiottissero, lasciando sulla battigia del tempo soltanto il pulviscolo luminoso dei suoi versi.
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