Antartica - Quasi una fiaba

Secondo noi:

Presso l’isolata base Sidera in Antartide, una ristretta comunità di scienziati italiani vive e lavora sotto la guida di Fulvio, un ideale e ostinato veterano della ricerca che insegue la sua visionaria “città di ghiaccio”. L’arrivo della brillante e spregiudicata Maria rompe le abitudini del gruppo, innescando un profondo confronto intellettuale con il suo mentore sul senso della scienza contemporanea. Le divergenze di vedute mettono presto a dura prova gli affetti, costringendo tutti a interrogarsi sul ruolo dell'etica e della conoscenza. Con il passare del tempo, le tensioni individuali e i demoni dell'isolamento finiscono per travolgere l'intero equipaggio.

Redazione iFellini30 settembre 20260 visualizzazioni
Antartica - Quasi una fiaba

Antartica - Quasi una fiaba (2026) ITA di Lucia Calamaro

Esordire dietro la macchina da presa dopo una carriera intera spesa nei territori della drammaturgia teatrale può rivelarsi un'insidia scivolosa, ma l'opera prima di Lucia Calamaro dimostra fin dalle prime battute una maturità e un’ambizione sfrontata, capaci di tenersi ad abissale distanza dal solito cabotaggio medio del cinema italiano contemporaneo. L'autrice sceglie la dimensione sospesa del bunker per far riflettere su solitudini e storture tipicamente nostrane, trasfigurando un avamposto polare in un teatro d'angosce morali ed esistenziali.

A sostenere la struttura è un testo ben scritto, raffinatissimo, che preferisce l'entusiasmo e la passione teorica ai facili mezzucci della retorica scientifica da fiction. In questa dialettica quasi romantica trova spazio l'elegante colonna sonora curata da Giorgio Giampà, le cui note sottolineano con delicatezza la componente fiabesca dell'operazione, dilatando gli spazi e avvolgendo il confronto in una patina di struggente sospensione sentimentale. La regia accompagna l'azione muovendosi sui volti e le posture dei personaggi con rigoroso controllo.

Sul piano interpretativo il film regala ottime soddisfazioni, a partire dalla consueta e impeccabile misura di un Silvio Orlando dolente e ideale capitano d'industria del pensiero. Al suo fianco, una sempre più convincente Barbara Ronchi che si conferma attrice sempre viva, intimamente padrona del mezzo e bravissima a restare costantemente in parte con millimetrica precisione drammatica, senza dimenticare una Valentina Bellè di rara originalità, eccentrica, spigolosa e mirabilmente fuori dagli schemi.

I limiti dell'opera emergono quando l'intreccio tenta di allargare il compasso oltre la coppia di protagonisti: nel momento in cui la base si trasforma in una micro-democrazia in miniatura, il racconto tradisce una certa inclinazione didascalica e ridondante. La narrazione soffre così di qualche sfilacciamento di troppo, compartimentata in comparti un po' stagni e penalizzata da figure di contorno trattate come macchiette funzionali, che la storia non riesce a reggere e amalgamare a dovere per l'intera durata. Ma pur con queste sbavature e con un passo non sempre fluidissimo, resta l'impronta spontanea e genuina di un'autrice che ha il coraggio di pensare in grande.

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