Anniversary

Secondo noi:

Durante i festeggiamenti per le nozze d'argento della docente progressista Ellen e del marito ristoratore Paul, il figlio Josh presenta la fidanzata Liz, sua ex allieva cacciata dall'ateneo. La giovane è l'autrice di un saggio incendiario destinato a trasformarsi nella bibbia di un movimento populista e autoritario che travolgerà le istituzioni statunitensi. Nell'arco di un lustro scandito da ricorrenze domestiche, la famiglia assisterà al trionfo pubblico della ragazza e alla dissoluzione progressiva del proprio nucleo, tra delazioni, compromessi e rancori insanabili.

Redazione iFellini30 ottobre 20260 visualizzazioni
Anniversary

Anniversary (2025) USA di Jan Komasa

Dopo le lacerazioni di Corpus Christi e le derive cibernetiche di The Hater, il polacco Jan Komasa approda oltreoceano portandosi dietro l'amaro disincanto di chi il totalitarismo lo ha respirato nella terra d'origine, costruendo un kammerspiel che finge di essere sociopolitico mentre scarnifica la borghesia liberal americana. L'impianto scenico, scandito da cinque anni di celebrazioni domestiche, trasforma la casa borghese in un claustrofobico ring dialettico dove il montaggio interno e la gestione dello spazio mimano geometrie crudeli e ipocrisie alto-borghesi. Il virus ideologico entra in salotto sotto le spoglie rassicuranti di Phoebe Dynevor, il cui sorriso di porcellana e la voce melliflua ricordano il candore perverso dei protagonisti di Haneke: il cavallo di Troia ideale per far implodere il perbenismo ipocrita della madre Ellen, incarnata da una Diane Lane encomiabile per nevrosi e rigore accademico.

La pellicola mostra la corda quando rinuncia a scendere nei dettagli dottrinari del manifesto eversivo, preferendo trattare il fascismo strisciante alla stregua di un contagio virale astratto, quasi cronenberghiano nella sua rapida propagazione ma privo della necessaria dialettica teorica. Komasa trascura l'analisi delle radici economiche del consenso per concentrarsi sul melodramma della delazione e sul declino etico, con una regia rigorosa che stringe progressivamente i quadri visivi, togliendo aria e profondità di campo agli attori man mano che le certezze democratiche evaporano fuori dalla porta. Si scivola verso il thriller a tesi, talvolta gridato, dove la macchina da presa tallona i volti fino a far emergere la ferocia del risentimento personale travestito da rivoluzione collettiva. Resta il ritratto gelido di una stanza che si rimpicciolisce a ogni brindisi, mentre fuori il vento della storia cancella le impronte dei giusti e lascia sul pavimento soltanto i vetri rotti di ciò che credevamo eterno.

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