Americana
Un ragazzetto convinto di essere la reincarnazione di Toro Seduto convince un gruppo di indigeni marxisti a recuperare la "Ghost Shirt" dei Lakota, una camicia sacra trafugata e finita nel circuito del collezionismo privato per mezzo milione di dollari. Sulle tracce dell'artefatto si incrociano una cameriera balbuziente con il sogno di Nashville, un veterano di guerra solitario con il vizio della proposta di matrimonio facile, una madre in fuga da un passato familiare oppressivo e una manciata di scagnozzi votati alla violenza. Tutti converge in un sanguinoso e inevitabile regolamento di conti finale all'interno di una comunità religiosa integralista.

Americana (2023) USA di Tony Tost
Con Americana, l'esordiente Tony Tost tenta la carta del neo-western frammentato, costruendo una giostra corale che guarda ai binari del pulp anni Novanta. L'operazione vive di una costante tensione formale tra la citazione colta e l'omaggio di genere: il fantasma dei fratelli Coen e di Quentin Tarantino aleggia su ogni inquadratura, ma la scrittura fatica a trovare un passo davvero autonomo. Tost sceglie la via della suddivisione in capitoli non cronologici per orchestrare un gioco di incastri in cui la convergenza dei destini appare più come un artificio meccanico che come un'autentica necessità narrativa.
L'interesse dell'opera risiede anzitutto nel suo tessuto contenutistico, che affronta la questione dell'appropriazione culturale e della mercificazione dei simboli sacri. L'oggetto del contendere, la veste dei Lakota legata alla Danza degli Spiriti, diventa il pretesto per una satira disincantata sulle derive del capitalismo e sulla persistenza dei miti dell'Ovest. Tost cala questo discorso in un contesto di solitudini periferiche, sorretto dalle prove misurate di Paul Walter Hauser e Sydney Sweeney, capaci di regalare ai propri personaggi un'inaspettata dolcezza drammatica che travalica le bizzarrie del copione. Un equilibrio che tuttavia si incrina nel secondo tempo, quando il racconto abbandona lo scavo malinconico sulle marginalità per cedere alle lusinghe della farsa sanguinaria.
Le ascendenze del testo sono palesi e stratificate, spaziando dalla riflessione tarantiniana sul cinema di genere fino ai rimandi diretti al cinema di Jim Jarmusch — esplicitati nel personaggio di Ghost Eye, interpretato da Zahn McClarnon — senza tralasciare le suggestioni letterarie sulla provincia americana profonda. Tost applica alla materia filmica una sensibilità da romanziere, ma fatica a trasformare la densità delle sue premesse in una sintesi visiva incisiva, finendo per affidare la riuscita del racconto quasi esclusivamente al ritmo del montaggio e alle dinamiche del cast.
Sul fondo di questa ballata disincantata rimane il sapore amaro di un'America dimenticata, un paesaggio popolato da anime perdute che inseguono un riscatto improbabile sotto la luce immobile della prateria, dove anche il sogno più romantico finisce per dissolversi nella polvere e nello sparo.
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