Afterburn - Dopo l'apocalisse
Dopo che un’imponente eruzione solare ha reso inservibile qualsiasi tecnologia e fatto sprofondare l’Europa nel caos post-apocalittico, l’ex soldato Jake accetta l’incarico dal sedicente re August di recuperare la Gioconda in un bunker francese. Nel viaggio verso il Continente si unisce alla ribelle Drea per affrontare le orde di sgherri al soldo del tirannico Volkov. Tra villaggi devastati, cannibalismo di maniera e feroci scontri, la missione per portare in salvo il capolavoro di Leonardo si trasforma in un’ardua lotta per la sopravvivenza.

Afterburn - Dopo l'apocalisse (2025) USA di J.J. Perry
Non basta spendere un budget considerevole nei teatri di posa slovacchi per elevare al rango di grande avventura quella che rimane, nella sostanza, la sbiadita fotocopia di certo cinema post-atomico anni Ottanta.
J.J. Perry, forte di un passato da stuntman e da una carriera registica che finora pareva destinata al mercato dell'home video senza troppe pretese, prova a compiere il salto di qualità orchestrando un pastiche che accumula senza troppi criteri citazioni a pioggia, scippando apertamente la spettacolarità sui treni a Mission: Impossible e ammiccando ai classici del genere da Interceptor a 1997: Fuga da New York.
L’idea di fondo, ovvero la riduzione della Mona Lisa a mero MacGuffin da videogioco all'interno di un'Europa ridotta a feudalesimo tecnologico, vorrebbe forse riflettere sul valore salvifico dell'arte in un mondo regredito alla barbarie, ma la sceneggiatura scritta a quattro mani da Nimród Antal e Matt Johnson preferisce rifugiarsi nel piattissimo cliché.
Il ritmo narrativo soffre di vistosi squilibri: la messa in scena predilige prolissi dialoghi in auto o davanti a mappe improvvisate a scapito della tensione dinamica, salvo poi tentare di scuotere lo spettatore con sbrigative esplosioni di violenza splatter. Dave Bautista attraversa la pellicola mantenendo un'unica e sonnolenta espressione facciale che mal si adatta al carisma richiesto al protagonista, mentre Olga Kurylenko finisce per essere relegata al ruolo di pura decorazione visiva. Solo uno svogliato Samuel L. Jackson, ormai abituato a interpretare la parodia di se stesso, e il cattivo sopra le righe di Kristofer Hivju paiono divertirsi sul serio. Le coreografie dei combattimenti, pur vantando una precisione quasi chirurgica nei tagli di montaggio durante gli scontri corpo a corpo e nella gestione dei corpi nello spazio scenico, risultano del tutto prive di un'idea di regia organica che le sostenga. Ne emerge un intrattenimento derivativo ed esausto, incapace di trovare una propria identità tra l'azione pura e la satira grottesca.
Commenti
I commenti vengono moderati: saranno visibili dopo l'approvazione.
- Ancora nessun commento approvato. Sii il primo a scrivere!
