A complete unknown

A complete unknown (2024) USA di James Mangold Negli anni '60, un giovanotto di nome Bob Dylan sbarca a New York con la sua chitarra, pronto a far sentire la sua voce. La pellicola ci porta dritti…

Giovanni11 luglio 20250 visualizzazioni
A complete unknown

A complete unknown (2024) USA di James Mangold


Negli anni '60, un giovanotto di nome Bob Dylan sbarca a New York con la sua chitarra, pronto a far sentire la sua voce. La pellicola ci porta dritti nel cuore pulsante di quel decennio, mostrandoci come il menestrello di Duluth sia passato dall'essere uno sconosciuto a un'icona assoluta. Tra incontri folgoranti, amori complicati e scelte controcorrente, il film ci svela come la sua musica sia diventata la colonna sonora di un'intera generazione, tra l'esplosione del folk e la deflagrazione del rock.


A volte il cinema si prende sul serio un po' troppo, ma per fortuna ogni tanto spunta fuori un James Mangold a rimettere le cose a posto, magari con una sana dose di irriverenza. Questo regista, che già ci aveva deliziato con chicche come "Le Mans '66", dimostra ancora una volta di saperci fare, specialmente quando si tratta di biografie musicali. D'altronde, con "Quando l'amore brucia l'anima - Walk the Line" su Johnny Cash, aveva già fatto centro, e qui si vede che ha imparato la lezione, affinando la tecnica e regalandoci un ritratto di Bob Dylan attento e delicato, senza mai cadere nella solita minestra riscaldata dei "greatest hits".

Mangold ha l'intelligenza di concentrarsi su un periodo ben preciso della vita di Dylan, evitando la noiosa litania dalla culla alla tomba. Si parte nel 1961, quando un giovane Bob va a trovare l'amato Woody Guthrie in ospedale. Lì fa la conoscenza con Pete Seeger, un Edward Norton così sottile da essere quasi un fantasma, che lo convince a cantare. E in quel momento, la scintilla scatta. Il film è un tripudio di musica, con canzoni intere che riempiono lo schermo, senza le solite mezze misure da musical pigro. È come se Mangold volesse farci capire che la musica di Dylan parla da sola, forte e chiara, e non ha bisogno di fronzoli narrativi.

E la musica, nel primo lustro degli anni '60, aveva davvero un sacco di cose da dire. Immaginate la crisi dei missili di Cuba che ticchetta come una bomba, e in sottofondo Dylan che intona "Masters of War" in un locale mezzo vuoto. È in questi momenti che il film di Mangold spicca il volo: la musica non è un semplice riempitivo, ma un elemento narrativo che si intreccia con gli eventi, sia quelli epocali che quelli più intimi. Certo, i filmati di repertorio per segnare lo scorrere del tempo sono un cliché, ma qui servono a ricordarci che anche un genio ribelle come Dylan era, in fondo, un prodotto del suo tempo.

Dylan non era solo un fan di Guthrie. Pete Seeger, che lo accoglie a braccia aperte dopo il primo incontro, si ritrova in bilico tra la tradizione folk e quel ciclone ribelle che Dylan sta per scatenare. Poi ci sono le donne, ah le donne! Sylvie Russo (un'Elle Fanning che è un sospiro) che a volte non capisce più chi sia l'uomo che le sta accanto, e Joan Baez (Monica Barbaro ruba la scena), la regina del folk che si ritrova a fare i conti con un Dylan che non vuole saperne di restare ingabbiato in un genere. Queste figure femminili sono il motore di gran parte della sua ispirazione, e il film le esplora con una delicatezza che fa quasi male.

La sceneggiatura di Mangold e Jay Cocks è un gioiello di sottigliezza. Non ci sbatte in faccia spiegoni su come Dylan sia diventato il vate di una generazione, ma ci lascia il piacere di collegare i puntini. Dylan faceva il suo mestiere per contrastare la fama più "facile" di Baez? La sua immagine "in nero" era un omaggio all'amico Johnny Cash? Perché mai si ostinava a non suonare i suoi pezzi più famosi? E quel dannato passaggio all'elettrico a Newport nel '65, il culmine di questa storia, fu solo un capriccio? Il film non dà risposte, ma suggerisce, e lo fa in un modo che ti lascia con la voglia di saperne di più.

E poi c'è Timothée Chalamet. Canta come Dylan, si muove come Dylan, e riesce a catturare la freschezza di quei momenti in cui una canzone, che noi conosciamo a memoria, veniva ascoltata per la prima volta. È come se Mangold avesse messo una macchina del tempo nel cuore del film, rendendo ogni scena elettrizzante e viva, lontana anni luce dal solito "jukebox" da biopic. Chalamet è sostenuto da un cast notevole: Norton e Fanning sono eccellenti, ma Monica Barbaro nei panni di Baez è magnetica, e Boyd Holbrook, con il suo Johnny Cash un po' scanzonato, è una rivelazione. Sono l'angelo e il diavolo sulla spalla di Bob, e rendono la dinamica tra i personaggi un vero spettacolo.

Il film si apre e si chiude con Woody Guthrie, un omaggio che non è solo un ponte con la tradizione folk, ma anche un pizzico di quell'umorismo agrodolce e di quella capacità di osservare il mondo che avrebbero definito la musica di Dylan. "Abbiamo parlato della fine del mondo, e poi abbiamo cantato una canzone, e poi l'abbiamo cantata di nuovo". Una frase che racchiude l'essenza delle canzoni di protesta di Dylan, come "Masters of War", sullo sfondo di un'apocalisse sfiorata. E l'ultima battuta, "Questa vecchia polvere mi sta portando a casa, e devo andarmene", è un inno allo spirito libero di Dylan e alla grazia disinvolta del film. Dylan è arrivato a New York nel '61 e ha riscritto la storia della musica. E noi, in fondo, stiamo ancora viaggiando con lui.

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