15/18
Ricomposta la fuga dopo l'ennesima notte sregolata, la diciassettenne Lucia viene ricondotta dalla gendarmeria nel reparto di neuropsichiatria infantile guidato dal dottor Étienne. Tra corridoi asettici e stanze blindate ritrova la fragile amica Eloïse e un microcosmo di coetanei piegati da traumi familiari, abusi e tentativi di suicidio. A rompere il precario equilibrio tra degenti e personale sanitario interviene l'arrivo coatto di Enzo, ragazzo problematico con precedenti violenti, la cui presenza innesca tensioni imprevedibili e fa deflagrare le pulsioni represse dell'intera corsia.

15/18 (2026) FRA di Cedric Kahn
Dopo il rigore processuale del caso Goldman, Cédric Kahn torna dietro e davanti alla macchina da presa per pedinare le derive della giovinezza spezzata, assumendo su di sé il doppio ruolo di regista e primario demiurgo.
L'ambizione è nobile, quasi pedagogica, testimonianza di un realismo partecipe e civile, ma anche debitore dell'asciuttezza documentaria con cui Nicolas Philibert ha recentemente esplorato i confini del disagio psichico. Kahn sceglie di azzerare i facili virtuosismi accademici, piazzando l'obiettivo alla precisa altezza dello sguardo dei suoi interpreti, lasciando che il profilmico respiri attraverso un montaggio che predilige la tenuta dei primi piani e il dialogo serrato rispetto all'artificio drammatico.
Si avverte la lezione formale di Milos Forman e del suo Nido di cuculo, depurato però da ogni afflato grottesco in favore di una coralità febbrile che vive soprattutto grazie alla sorprendente verità dei giovani attori, tra cui spiccano le dolorose vibrazioni di Malou Khebizi e la trattenuta compostezza di Zoé Monpart. Eppure, proprio quando il dispositivo sembra trovare la sua quadratura etica, la scrittura imbocca la scorciatoia di una tipizzazione un po' schematica: il ribelle redento, la ragazzina ipersessualizzata e il corpo estraneo portatore di scompiglio rischiano di ingabbiare la spontaneità degli interpreti dentro traiettorie narrative fin troppo prevedibili.
A nuocere all'equilibrio complessivo è soprattutto un terzo atto prolisso e pedagogizzante, dove l'urgenza di dare una risposta rassicurante a ogni dilemma aperto finisce per depotenziare la cruda bellezza dell'incertezza. Resta nondimeno il bagliore prezioso di alcune parentesi corali, momenti sospesi in cui le solitudini si toccano senza spiegarsi, simili a pulviscolo dorato che danza improvviso nel buio di una stanza sbarrata, promessa lieve di un risveglio possibile oltre l'inverno della ragione.
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